Medio Oriente Zoom

Il Medio Oriente nel prossimo secolo

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Di Khaled Diab. Al-Jazeera (02/11/2015). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Il destino del Medio Oriente è stato suggellato nelle trincee insanguinate della Prima Guerra Mondiale. Dalle ceneri fumanti dell’Impero Ottomano sono sorti sogni di libertà nazionale, annientati dall’imperialismo europeo, dal dispotismo post coloniale e dal neocolonialismo. Ma cosa ha in serbo il prossimo secolo per la regione?

Nel 2011, con grande coraggio, determinazione e lungimiranza, milioni di arabi hanno deciso di scuotere le loro società dal torpore apatico per inseguire il sogno di uguaglianza, giustizia socio-economica e dignità. Ora per decine di milioni di persone quel sogno è divenuto un incubo: le porte del paradiso celavano in realtà una botola per l’inferno. I primi discorsi su una “primavera araba” hanno lasciato il posto a oscure riflessioni sull’inverno arabo.

Iraq, Siria, Yemen e Libia sono già sprofondati nell’abisso, mentre molti altri Paesi, incluso l’Egitto, barcollano sull’orlo del precipizio. Malgrado il ruolo svolto per procura nella destabilizzazione della regione, gli Stati del Golfo, ad eccezione del Bahrein, non hanno ancora sperimentato importanti agitazioni. Sono, tuttavia, molto più vulnerabili poiché le riserve di petrodollari disponibili per placare la popolazione stanno diminuendo a causa del crollo dei prezzi mondiali del petrolio, mentre la guerra in Yemen sembra essere destinata a trasformarsi in una catastrofe a lungo termine in stile Vietnam. Con tre membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite coinvolti militarmente in Siria, anche le potenze globali corrono il rischio di essere risucchiate nel buco nero del Medio Oriente. Si aggiunga a questo la disputa fra l’Arabia Saudita e l’Iran, così come le mutevoli alleanze e animosità regionali.

In questa situazione piuttosto cupa, ci sono segni di speranza all’orizzonte?

In molte parti del Medio Oriente l’inverno è in realtà un periodo fertile in cui la vegetazione arsa dal sole e priva di acqua riceve finalmente il nutrimento di cui ha bisogno per crescere. E il suolo sociale e politico della regione sta mostrando i segni di questo rigoglio invernale. La violenza estrema di cui siamo testimoni è un segno della lunga e cruenta agonia di tre forme di dispotismo: lo Stato arabo tirannico, la demagogia islamista e l’egemonia straniera.

I regimi arabi e islamisti temono entrambi il libero pensiero perché può essere un’arma di disobbedienza di massa. Ma neanche la brutale oppressione e le uccisioni hanno potuto fermare la proliferazione di questa particolare “arma di distruzione di massa”. Malgrado le apparenze, un’altra area di notevole cambiamento è la religione. La formula ormai fallita “l’Islamismo è la soluzione”, insieme alle intimidazioni dei fondamentalisti, hanno convinto milioni di arabi che il rapporto fra religione e politica deve cambiare. Il genere è un altro terreno dove sta avvenendo una rivoluzione in gran parte invisibile e talvolta sotterranea. In numerosi Paesi, le donne non ne possono più di aspettare per ottenere i loro diritti e tentano di appropriarsene con l’aiuto anche di molti uomini.

Ma affinché questi germogli possano fiorire, sarà necessario che l’era del petrolio, rivelatasi una maledizione più che una benedizione, giunga a conclusione. Solo allora, forse, i popoli del Medio Oriente riusciranno a superare il doppio giogo della dittatura interna e dell’egemonia estera e a costruire una regione di prosperità e giustizia priva di confini.

Khaled Diab è un premiato giornalista, scrittore e blogger egiziano-belga.

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Roberta Papaleo

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