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Il Marocco tra messaggi di odio e lotta agli islamisti

Di Abd al-Ali Hami al-Din. Al-Quds (28/01/2016). Traduzione e sintesi di Alessandro Mannara.

Durante l’assemblea generale di un’associazione marocchina per i diritti umani, si sono sollevate molte voci che avvertivano di un crescente messaggio di odio e risentimento nel Paese. Questo messaggio, che porta con sé i germi della violenza verbale, è profondo incubatore di comportamenti violenti che potrebbero minacciare la sicurezza e la stabilità del Marocco.

È nostro dovere prestare attenzione ai sempre più numerosi discorsi di odio presenti a livello politico e mediatico poiché comportano delle pericolose ripercussioni sui valori della coesistenza tra persone di uno stesso Paese. Il fatto di “normalizzare” determinati atteggiamenti e discorsi derivanti da un contesto di odio e risentimento potrebbe far scivolare lo Stato in una spirale di terribili conseguenze.

Gli Amazigh non sono più visti come un problema urgente dopo che, a livello costituzionale, sono diventati “una risorsa comune per l’intero Marocco”. Tuttavia l’attivista berbero che non ha trovato il modo per esprimere la propria «opposizione» al primo ministro se non quello di bruciare delle immagini che lo raffiguravano, esprimendo chiaramente il concetto di odio, rappresenta soltanto una piccola percentuale di coloro che hanno fatto della “lotta agli islamisti” il loro manifesto politico.

Anche il PAM (partito dell’autenticità e della modernità), sviluppatosi tra le braccia dell’autoritarismo, ha giustificato la propria esistenza politica fondata sulla “lotta agli islamisti”. Si è visto, però, che, fin dalla sua nascita, questo partito non si è mai comportato come tale, in quanto ha da sempre portato avanti una politica di autorevolezza e intimidazione. Di fatti, le loro mire non sono rivolte agli «islamisti» ma al processo democratico nel Paese, e i mezzi con cui raggiungere questo obiettivo sono ben chiari. Otto anni di analisi dei metodi operativi del PAM hanno rivelato che la loro ricetta per fronteggiare i cosiddetti «islamisti» prescrive soltanto due voci: intimidazione e corruzione, ben note a seguito dell’ingerenza negli affari interni dei partiti e dei soprusi nei confronti dell’élite marocchina.

Ormai il quadro è ben chiaro, non si possono più mescolare le carte di fronte ai cittadini. La corrente riformistica intende continuare il processo di costruzione democratica sostenuto da gran parte del popolo marocchino e da alcuni partiti politici di sinistra e di stampo nazionale. Dall’altro lato della medaglia vi è una corrente autoritaria che vorrebbe replicare un modello estinto di Ben Ali, il quale non fu in grado di impegnarsi costruttivamente nella sfera politica, e sfruttò la favola della “lotta agli islamisti” al fine di ammaliare la minoranza che professava le sue stesse traballanti convinzioni.

La democrazia in Marocco non si svilupperà da sola; bisogna lottare per mantenerla e preservarla, difendendola da chi si traveste da democratico e il minuto seguente indossa la maschera del tiranno. Iniziamo dunque col proteggere la società e la classe politica dai messaggi di odio e risentimento.

Abd al-Ali Hami al-Din è membro del Segretariato Generale del PJD marocchino e professore universitario di scienze politiche all’università di Abdelmalek Essaadi.

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Silvia Di Cesare

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