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Il Marocco deve liberare Ali Anouzla

Liberare Ali AnouzlaDi Kamel Labidi. The Daily Star (07/10/2013). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

Raramente un giornalista arabo in prigione ha suscitato così tante richieste di liberazione come il marocchino Ali Anouzla. Arrestato il 17 settembre con l’accusa di “promuovere il terrorismo e fornire assistenza ai suoi fautori”, rischia fino a 20 anni di carcere in un Paese in cui il diritto ad un giusto processo non è garantito. Il suo crimine è di aver pubblicato su Lakome un articolo riferito ad un video diffuso da Al-Qaeda nel Maghreb Islamico.

In realtà le accuse sono rivolte a punirlo per l’indiscussa indipendenza di Lakome e per aver fatto luce su numerosi casi di abuso di potere e corruzione, questioni tuttora calde in Marocco.

Secondo Amnesty International, questo procedimento è un preoccupante esempio dell’incapacità del governo marocchino di distinguere tra libertà d’espressione e d’informazione da una parte e incitamento al terrorismo dall’altra, con una conseguente ondata di proteste contro quella che viene ritenuta “una vendetta nei confronti di un giornalista coraggioso”, critico fidato e infaticabile.

I tentativi di mettere a tacere Anouzla attraverso intimidazioni, vessazioni giudiziarie e sanzioni vanno avanti da tempo, in un clima di crescente attacco ai giornalisti che colloca il Marocco nella lista dei 10 Paesi dove la libertà di stampa è più minata. L’ultimo tentativo, il più crudele, si è verificato in seguito alla pubblicazione della notizia del rilascio di Galvan Vina, pedofilo spagnolo che sta scontando la pena in Marocco, e di un editoriale in cui il giornalista criticava il regime saudita.

Chi conosce Anouzla non si è sorpreso quando dalle ceneri di Al-Jarida Al-Oula, il giornale che era stato costretto a chiudere nel 2009, è nato Lakome, una delle principali fonti di informazione sul Marocco al giorno d’oggi. L’ampio rispetto di cui gode, non solo nel suo Paese, ma in tutto il mondo arabo derivano dalla devozione al giornalismo indipendente e dalla capacità di affrontare in modo obiettivo questioni solitamente ignorate dai media generalisti e da quelli di parte.

La solidarietà nei suoi confronti a livello locale, regionale e internazionale è la prova che il cammino arabo verso la libertà e la democrazia sostenuto da una stampa libera è irreversibile. È triste che il regime marocchino, che pure ha compiuto dei passi significativi verso lo Stato di diritto e il giornalismo indipendente già alla fine del regno di Hassan II, non sembri incline ad imparare dai propri errori.

Come la Tunisia prima della caduta di Ben Ali, il Marocco di Mohammed VI e del governo islamista guidato dal partito Giustizia e Sviluppo ricorre sempre più alla legge del 2003 contro il terrorismo per placare le critiche interne. Così facendo si dimostra tragicamente inconsapevole che il suo futuro, come quello di tutti i Paesi arabi, sarà cupo e incerto senza giornalisti liberi come Ali Anouzla.

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Cristina Gulfi

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