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Il “Libro nero” di Moncef Marzouki

Zoom 9 dic Marzouki libro neroDi Younes Djama. Maghreb Emergent (08/12/2013). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

La stampa tunisina sta vivendo il periodo più difficile dell’era post-Ben Ali. Tra le diverse aggressioni di cui sono vittime da qualche mese, i giornalisti tunisini hanno accolto con grande indignazione il “Libro nero” del presidente provvisorio Moncef Marzouki.

Il “pamphlet” di 285 pagine, contenente non meno di 500 nomi, è stato resto pubblico la scorsa settimana dai servizi di informazione della presidenza della Repubblica. Secondo alcuni giornalisti tunisini, Marzouki sta regolando i vecchi conti con quelle personalità mediatiche accusate di aver servito sotto il regno del deposto presidente Ben Ali. Alcuni si interrogano sul momento scelto dal presidente Marzouki e soprattutto sulle sue motivazioni, in un contesto politico incerto, con il rinvio delle consultazioni per la formazione del nuovo governo.

In un articolo pubblicato nel quotidiano La Presse, Abdelhamid Gmati osserva che “i fatti citati sono probabilmente reali, benché debbano essere ancora verificati i contenuti degli archivi, ma la maniera tendenziosa di presentarli li priva di qualsiasi credibilità”. Samy Ghorbal, giornalista e scrittore il cui nome compare nel libro, si ribella con un lettera aperta al presidente Marzouki: “Per fortuna, il ridicolo non uccide, altrimenti sareste morti, voi e i vostri collaboratori”. Nel “Libro nero” del regime Ben Ali, Samy Ghorbal viene presentato come un giornalista al servizio della ACTE, la ex Agenzia Tunisina di Comunicazione Esterna, macchina propagandistica del presidente deposto. “Sono stato il primo a trattare dello spettacolare ritorno del velo islamico: era il 2003 e all’epoca di trattava di un vero tabù per la stampa. Nel settembre 2008 scrivevo dei prigionieri politici islamisti”. Ghorbal sfida il presidente Marzouki a trovare un solo articolo firmato col suo nome in cui avrebbe incensato il regime di Ben Ali.

In seguito al rumore suscitato dalla pubblicazione, il presidente tunisino, tramite il suo portavoce Adnan Mansar, ha spiegato che il “Libro nero” è un’opera descrittiva elaborata da funzionari amministrativi e archivisti alle dipendenze della presidenza “sulla base di fatti oggettivi e concreti”. Per lui, le critiche provengono “da coloro che hanno qualcosa da rimproverarsi e si rendono conto di aver giocato a favore della dittatura e del sistema oppressivo” che era il regime Ben Ali. Tuttavia, Abdelhamid Gmati risponde che diversi noti collaboratori dell’ex dittatore non sono affatto citati nella lista. “In fin dei conti, il libro di Marzouki è solo un invito al ritorno dei media della vergogna, una cosa stupefacente da parte di un militante per i diritti umani”, ha concluso il giornalista tunisino.

“Il periodo di Ben Ali è alle nostre spalle. A che pro esumare gli atti di coloro, giornalisti o intellettuali, che hanno aiutato quel regime a consolidare l’immagine che voleva dare? È per una questione di trasparenza? Per informare i cittadini?”, si chiede da parte sua Azza Filali. Per lei, qualsiasi forma di potere attrae verso di esso i più deboli e i più opportunisti, desiderosi di stare sotto l’ala dei potenti e disposti a fare tutto ciò che gli si ordina. “Un tale effetto di corte esiste da che esistono quelli che comandano e quelli che obbediscono”. La giornalista e intellettuale non crede che l’avvento di una nuova epoca sia per forza portatrice di speranze: “Non è scavando nel fango di un regime scomparso che si risponderà alle richieste dei cittadini”.

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Roberta Papaleo

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