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Il Libano e il “prestigio dello stato”

Libano Ahmed-al-AssirDi Hazem Saghieh. Dar al-Hayat (01/07/2013). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

In Libano c’è un’espressione molto frequente nei discorsi politici: “prestigio dello stato”. Ma non sarebbe così diffusa se non fosse per la debolezza cronica dello stato stesso e per il desiderio di sicurezza e di pace che solo lo stato e la legge possono garantire. Per questo motivo l’espressione è diventata un’icona sacra.

Anche i più acerrimi nemici dello stato e dell’esercito condividono questa legittima richiesta del Libano, perché in questo caso “prestigio dello stato” non significa imporre la tirannia all’interno e rafforzare l’aggressività verso l’esterno, ma limitare la sfrontatezza settaria

L’attaccamento a questa idea in genere porta i suoi sostenitori a compiacersi e ad avere basse aspettative. In questo senso, la repressione di un fenomeno da baraccone come Ahmed al-Assir a Sidone è un successo in termini di “prestigio dello stato”. Al tempo stesso, una realtà del genere mostra quanto sia difficile raggiungerlo.

In Libano il “prestigio dello stato” è altamente in discussione davanti ad uno stato vicino di gran lunga più forte. In questo senso, il potere Hezbollah – e non quello di Ahmed al-Assir – sembra costituire lo standard di riferimento. A dire la verità, considerare Ahmed al-Assir una minaccia è quello che in psicologia si chiama “spostamento”, cioè rivolgere l’attenzione ad un’alternativa ritenuta più conveniente da gestire.

Questa condotta intacca ancora di più il prestigio dello stato libanese per almeno due motivi: primo, rafforza un segmento che già gode di un surplus di potere a scapito di un altro che invece è più debole; secondo, mina la supposta integrità dello stato e ne indebolisce la credibilità agli occhi della società che governa.

In conclusione, il timore è che quanto sta accadendo a Sidone e altrove provochi una spaccatura sociale: da una parte coloro che si fanno beffa dello stato, applaudendolo e spingendolo a fare il suo gioco in modo da concentrarsi sulle battaglie in Siria; dall’altra coloro che guardano allo stato come ad un attore esterno – per non dire un nemico straniero –  e sono pronti a sfidarlo.

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Cristina Gulfi

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