Siria Zoom

Il lato oscuro di Palmira, la sua prigione

Di Omar Abdullah. Syria Deeply (08/07/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Per molti siriani, Palmira evoca ricordi di un Paese che ora sembra sfaldarsi nella Storia. Musa, farmacista di 33 anni, a Palmira è cresciuto e ha lavorato come guida turistica per pagarsi l’università. “Ho visitato le rovine migliaia di volte, le antiche rocce che Daesh (ISIS) chiama ‘idoli’ mi hanno permesso di proseguire gli studi e diventare farmacista”, dice oggi. Con l’arrivo di Daesh “mi è sembrato che non avrei più rivisto turisti per le vie della città”. Musa ha incontrato sua moglie Batoul, archeologa, proprio a Palmira mentre lei era in gita. Batoul descrive le colonne come “parte dell’anima della Siria” e teme per il futuro di Palmira.

Spiegando che soldati del regime di Assad avevano già saccheggiato molto del retaggio storico e culturale della città, Batoul dice: “Non sono rimaste che queste colonne, se Daesh le distrugge la città non avrà alcun ricordo”. Per molti siriani, Palmira è anche nota per aver ospitato una delle più tristemente note prigioni del regime, Tadmor, che Daesh ha distrutto con esplosivi lo scorso maggio dopo aver preso il controllo della città. Un report del 2011 di Amnesty International descriveva Tadmor come “progettata per infliggere la massima sofferenza, umiliazione e paura sui prigionieri”.

“Quando ho visto le foto delle macerie della prigione, sono scoppiato a piangere”, dice Musa, “il dolore di migliaia di prigionieri non può essere dimenticato. Ho molti amici che hanno ricordi neri maturati all’interno di quella prigione”. Secondo Musa, Daesh non avrebbe dovuto distruggere la prigione, per far sì che l’altra Storia della città venisse preservata. “La nostra città ha una Storia oscura piena di orrore e morte. Speravo che un giorno quella prigione diventasse un museo dedicato alla brutalità del regime. Ciò che ha fatto Daesh è un crimine che copre un altro crimine”, spiega.

Per Haj Ahmad, uomo di quasi 80 anni, Palmira “rappresenta il costante movimento della Storia e l’inevitabilità del cambiamento. Molte civiltà sono passate di qui. Molti regni ed imperi vi sono sorti e caduti”. Ma Haj Ahmad ha sperimentato anche il lato più oscuro di Palmira. Imprigionato dal regime di Assad con la falsa accusa di affiliazione ai Fratelli Musulmani, ha trascorso 23 anni nella prigione di Palmira. “Noi prigionieri condividevamo dolore e torture. Per cinque anni dopo il mio rilascio, ero troppo spaventato di trovarmi in un qualunque luogo accanto alla prigione”, racconta.

L’uomo spiega che per molti siriani citare il nome di Palmira riporta alla mente ricordi di oppressione e torture prima che di retaggio e Storia. Come Musa, anche Haj Ahmad fatica a credere che la prigione di Tadmor non esista più: “La chiamavamo il Triangolo delle Bermuda, perché quando una persona ci arrivava le serviva un miracolo per uscirne”. E conclude: “Nonostante tutto l’orrore che ho vissuto lì, non volevo che l’edificio venisse distrutto. Sognavo una Siria libera, in cui la prigione venisse usata come testimonianza storica di tutto il dolore che i siriani hanno sofferto. Volevo portarci i miei nipoti e mostrare loro dove ho trascorso quasi un quarto di secolo per via di una falsa accusa”.

Omar Abdullah è un autore che collabora con Syria Deeply.

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Claudia Avolio

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