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Il lascito di Muammar Gheddafi perseguita ancora la Libia

Di Mohamad Ali Harissi. Your Middle East (21/10/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Negrini.

“Gheddafi ha scelto di costruire l’idea di uno Stato attorno alla sua personalità”, ha affermato Michael Nayebi-Oskoui, analista senior di Medio Oriente presso l’azienda di intelligence globale Stratfor, con sede negli Stati Uniti.

Il dittatore “utilizzava una forza militare basata sul petrolio per distruggere qualsiasi opposizione contro di lui, invece di costruire istituzioni statali che potessero sopravvivere a lui”, ha aggiunto. “La Libia avrà bisogno di molti anni, se non di decenni, prima di ricrearsi un’identità nazionale”.

La Libia, un Paese a tradizione tribale, è piombata nel caos con la caduta di Gheddafi, in seguito alla quale due governi hanno iniziato a contendersi il potere e dei gruppi armati hanno cominciato a farsi la guerra per il controllo delle sue enormi risorse.

Un’alleanza di milizie che includeva gli islamisti ha poi invaso Tripoli nell’agosto del 2014, creando un governo rivale e un parlamento, fatto che ha costretto l’amministrazione riconosciuta a livello internazionale a scappare verso l’est del Paese.

Mesi di trattative delle Nazioni Unite per persuadere i due poli in guerra ad accettare un accordo di pace e formare un governo di unità nazionale sono giunti ad un punto morto.

Approfittando del caos, un gruppo affiliato a Daesh (ISIS) ha guadagnato terreno in Libia e i trafficanti di persone hanno ripreso a trasportare migranti clandestini sulle coste europee, utilizzando gommoni di fortuna, contribuendo alle centinaia di morti.

Ma il focus resta su Gheddafi, l’appariscente militare che si definiva “Guida della Rivoluzione” e che aveva dichiarato la Libia una jamahiriya (nome arabo per ‘repubblica’) o uno “Stato delle masse”, gestito da comitati locali.

“Rimarrà nei titoli dei giornali per molto tempo perché il regime che ha consolidato avrà bisogno di molto tempo per essere smontato”, aveva detto un ufficiale del governo di Tripoli. “Tutto quello che ci ha lasciato è corrotto: i politici, l’economia, la società, persino lo sport e noi abbiamo bisogno di un cambiamento radicale, di tutta la legislazione, di tutte le regole e di tutte le direttive”, ha aggiunto.

Gheddafi è stato catturato ed ucciso il 20 Ottobre 2011 nella sua città natale, Sirte. Tre giorni più tardi le autorità di transizione annunciarono la “liberazione totale” della Libia. Conosciuto per i suoi discorsi risuonanti e le eccentriche tuniche in stile beduino, ha governato il Paese per quattro decenni dopo aver condotto nel 1969 un colpo di stato che ha rovesciato la monarchia di stampo occidentale. É morto all’età di 69 anni.

“I libici e la comunità internazionale stanno facendo così fatica a creare un’identità nazionale in sua assenza perché lui ha istigato tribù, regioni e gruppi etnici l’uno contro l’altro per decenni”, ha detto Nayebi-Oskoui.

L’esperto crede che il nome di Gheddafi e le conseguenze delle sue politiche continueranno a fare notizia per molti anni a venire. Gheddafi si è lasciato dietro una “nazione in frantumi”, ha dichiarato Nayebi-Oskoui, aggiungendo che “non è stato ancora dimenticato, nonostante la sua morte, e sarà presente finché non supereremo i 40 anni di caos che ha seminato. E spero che non ci servano altri 40 anni”.

Nel frattempo, fuori, intorno alle mura della vecchia residenza di Gheddafi a Tripoli, alcuni artisti di strada hanno lasciato scritte e murales poco lusinghieri, incluso uno che lo raffigura in un cestino della spazzatura. “Una volta eravamo spaventati anche solo dal guardare il complesso”, ha detto Ahmad, un venditore di sigarette che lavora lì vicino. “Oggi, le cose sono cambiate, ovviamente, ma la paura che abbiamo provato ci ricorda ancora lui. Dovranno passare generazioni intere prima di poter superare la paura che ha instillato in  tutti noi”.

Mohamad Ali Harissi è un giornalista e traduttore libanese.

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Claudia Negrini

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