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Il giornalismo indipendente può sopravvivere nel mondo arabo?

Di Rana Sabbagh. Your Middle East (05/12/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

La fiamma della libertà d’espressione nel mondo arabo si sta gradualmente spegnendo, annunciando una nuova era di ignoranza, intolleranza e repressione. Ciò che rattrista di più, però, è che la maggior parte degli arabi – che vedevano nella libertà d’espressione l’unica conquista della primavera araba – sembrano disposti a rinunciare a questo diritto umano universale, in cambio di promesse di stabilità e prosperità economica.

Il caos che attraversa gran parte della regione, con Stati sull’orlo del collasso in Libia, Yemen, Siria e Iraq, induce a restaurare l’ordine precedente. La sicurezza, e non la democrazia, rappresenta ora la priorità per molti arabi. Gli slogan popolari degli ultimi quattro anni – giustizia sociale, Stato di diritto, fine della corruzione, valori democratici, diritto all’informazione – sono finiti. Potrebbero volerci delle generazioni prima di risentire delle voci indipendenti.

Si è instaurata un’alleanza allarmante tra governi, media privati e pubblico ordinario contro le voci di dissenso, descritte sempre più come una minaccia alla sicurezza dello Stato. Fare giornalismo nella regione è dunque diventato un mestiere impossibile? In molti modi sì. Coloro i quali sfidano la narrativa ufficiale – giornalisti, scrittori, accademici – vanno incontro a censura, processi iniqui e violenza. Molti hanno smesso di lottare per un insieme di ragioni: per paura, o per il desiderio opportunistico di compiacere le nuove classi dirigenti, in cambio di un ritorno personale.

Cosa si può fare? Non molto, purtroppo. I pochi davvero coraggiosi, quelli impegnati a fare la guardia alla società, continueranno la battaglia per l’indipendenza dei media da soli e a caro costo. La marcia indietro più evidente in tema di libertà di stampa e diritti umani c’è stata in Egitto, che ora risulta il terzo Paese più pericoloso, dopo Siria e Iraq, per chi fa il giornalista. La recrudescenza del terrorismo interno ha dato modo al governo di applicare un giro di vite sulla stampa e sui diritti umani – misura che gode di ampio sostegno popolare. In seguito agli attacchi nel Sinai, ben 17 redattori si sono espressi a favore delle politiche anti-terrorismo e hanno bandito le critiche nei confronti di polizia, esercito e magistratura. In risposta, ben 600 giornalisti egiziani hanno utilizzato i social media per opporsi alle scelte dei loro capi e protestare contro la censura.

Eppure le intimidazioni continuano. Il mese scorso Alain Gresh, caporedattore de Le Monde Diplomatique e assiduo frequentatore del Cairo, è stato trattenuto dalla polizia per due ore, perché era stato sentito discutere di politica. Ben 7 giornalisti sono stati uccisi in Egitto dal 2013 e almeno altri 17 sono in carcere, tra cui Peter Greste, Mohammed Fahmy e Baher Mohamed, con l’accusa di diffondere “notizie false”.

Lo stesso tipo di pressioni viene applicato anche altrove. La Giordania ad esempio, come la maggior parte dei Paesi del Golfo, sta adottando una politica di “tolleranza zero” contro gli oppositori al suo coinvolgimento nella coalizione anti-Daish (conosciuto in Occidente come ISIS). Da ottobre radio e televisioni non possono riportare notizie su questioni militari senza il permesso dell’esercito. In base alla nuova legge anti-terrorismo, inoltre, ogni oppositore può diventare un sospettato.

In Siria, il regime prende deliberatamente di mira i giornalisti. Più di 110 reporter sono stati uccisi da marzo 2011 e più di 60 si trovano in carcere. Mentre i media locali che fuggono dal Paese e i corrispondenti stranieri sempre più raramente si recano in Siria, il risultato è che le aree controllate da Daish sono buchi neri in termini di informazione.

In Libano, dove giornali e TV sono uno strumento di propaganda per politici e uomini d’affari, la crisi siriana ha rafforzato la polarizzazione tra i media pro-sciiti e quelli a favore della coalizione sunnita.

In Libia e Yemen, la libertà d’informazione è minata dalla violenza che continua a dilaniare i due Paesi. In particolare, i giornalisti yemeniti sono vittime di minacce crescenti, soprattutto da parte dei ribelli Houthi: 33 giornalisti e 19 organizzazioni di media sono stati presi di mira dal gruppo.

È sullo sfondo di questo cupo scenario che il 5 dicembre scorso, ad Amman, si è aperto il settimo forum annuale dei giornalisti d’inchiesta arabi. Più di 320 tra giornalisti, editori e professionisti dei media si sono riuniti per dibattere la preoccupante regressione della libertà e l’ondata di disinformazione e diffamazione nella regione.

Come possono vincere la battaglia per l’indipendenza i giornalisti arabi? È necessario trovare una risposta finché abbiamo ancora il diritto di chiedercelo.

Rana Sabbagh è direttrice esecutiva di Reporter Arabi per il Giornalismo Investigativo, organizzazione no-profit che si occupa della diffusione del giornalismo investigativo all’interno delle redazioni e delle facoltà di comunicazione in 9 Paesi arabi.

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Cristina Gulfi

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