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Il fallimento dell’amministrazione Obama nella rivoluzione egiziana

Egitto Obama

Di Alaa Bayoumi. Al-Araby al-Jadeed (19/12/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini

“Nelle mani dei militari” è il libro pubblicato quest’anno dal corrispondente al Cairo del New York Times David Kirkpatrick, uno dei testi migliori sulla rivoluzione egiziana. Il testo contiene testimonianze uniche degli attori più importanti sui fronti nazionali e stranieri e rivolge un’attenzione particolare all’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama verso i vari eventi della rivoluzione egiziana, dal suo inizio il 25 gennaio 2011 fino al colpo di stato militare del 3 luglio 2013.

Mentre si sviluppavano gli eventi della rivoluzione, Obama non ha mosso un dito per sostenere Mubarak, ma allo stesso tempo non gli ha neanche chiesto in modo diretto di dimettersi. Il presidente americano si è schierato dalla parte dei manifestanti, specialmente dei giovani, permettendo così la cacciata di Mubarak, facendo passare quest’evento come un successo della Casa Bianca in Medio Oriente.

Kirkpatrick spiega che in realtà è stata la giunta militare egiziana ad estromettere Mubarak l’11 febbraio, mandando in confusione gli stessi americani. Durante quel periodo, gli Stati Uniti non hanno proposto alcuna seria iniziativa per sostenere la transizione democratica in Egitto. Dopo la rivoluzione, le libere elezioni democratiche portarono al potere le forze islamiste: gli alti funzionari dell’amministrazione Obama erano restii a trattare con i Fratelli Musulmani  a causa del loro estremismo diffuso nel mondo arabo musulmano e fortemente contrari dai regimi alleati come l’Arabia Saudita e Israele.

Dopo la vittoria di Morsi, l’amministrazione Obama si è concentrata sulla promozione del dialogo politico tra esso ed i suoi oppositori, mentre Morsi aveva un problema ben più grande: la mancanza di sicurezza e cooperazione da parte delle istituzioni. Nei mesi che seguirono fino al colpo di stato militare, l’amministrazione statunitense cercò di mettere in guardia Morsi dal ministro della Difesa Abdel Fattah al-Sisi, ma fu un avvertimento vago e debole, in quanto gli Stati Uniti erano ben d’accordo a riconoscere il tentativo di Al-Sisi di provocare un colpo di stato, che infatti ha trovato un forte sostegno da parte di alti funzionari dell’amministrazione, in particolare dell’esercito e dell’intelligence.

L’ex Segretario di Stato americano John Kerry ha in seguito espresso il suo rimpianto per la politica americana nei confronti della rivoluzione egiziana poiché quest’ultima non era stata abbastanza paziente, a suo dire, affermando che la democrazia americana non era certo nata dal giorno alla notte. Dall’altra parte però, l’America non è stata in grado di affrontare gli errori della rivoluzione e delle forze rivoluzionarie in Egitto, non ha fornito loro un sostegno sufficiente ed è rimasta prigioniera delle loro politiche tradizionali, con il sostegno delle dittature alleate e di Israele.

Alaa Bayoumi è uno scrittore e ricercatore egiziano.

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