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Il discorso di Netanyahu al Congresso americano

Sintesi di Roberta Papaleo.

Netanyahu congresso inQualsiasi fossero le aspettative sul tanto annunciato discorso del primo ministro Benjamin Netanyahu al Congresso americano, quel che è certo che se ne continuerà a parlare in lungo e in largo. Tuttavia, come scrive l’editoriale di The Daily Star Lebanon, data la vacuità delle parole di Netanyahu, gli effetti del suo discorso sono lungi dall’essere prevedibili.

Di fatti, scrive ancora il quotidiano libanese, il premier israeliano si è limitato a definire come una “cattiva” idea i negoziati sul nucleare iraniano, suggerendo che “un accordo migliore” sarebbe la soluzione ideale. Peccato, però, che Netanyahu non abbia fornito alcun indizio o dettaglio su quale potrebbe essere una soluzione migliore, particolare sottolineato anche dallo stesso Barack Obama, che non ha trovato “niente di nuovo” nelle parole del suo alleato.

È ad ogni modo vero che, come sostenuto dall’opinionista Zvi Bar’el del quotidiano israeliano Haaretz, che il Congresso americano ha lasciato che Netanyahu facesse il suo discorso, rendendolo di fatto un partner nel processo decisionale statunitense sulla questione del nucleare iraniano. Il congresso, scrive Bar’el, “ha dato a Netanyahu il diritto di porre il veto sulla politica americana”.

In questo contesto, due fattori vanno assolutamente tenuti a mente: il primo riguarda il fatto che molti congressisti democratici hanno boicottato con la loro assenza il discorso di Netanyahu, che si è dunque rivolto a una platea composta per la maggior parte da repubblicani; il secondo è relativo al tempismo dell’intervento del premier, a sole due settimane dalle prossime elezioni parlamentari in Israele. El País ha usato l’espressione di “doppio opportunismo” elettorale, perché se da un lato la visita di Netanyahu è a tutti gli effetti un atto “propagandistico” per la politica interna (come etichettato dall’opposizione israeliana), dall’altro lo è anche in termini di politica estera: “Il suo intervento è stato progettato per la maggioranza repubblicana al Congresso che si oppone a Obama, accusandolo di essere debole quando si tratta di politica estera”, si legge nell’editoriale del quotidiano spagnolo.

Se al Congresso Netanyahu è stato accolto dal favore dei repubblicani, secondo The Daily Star Lebanon l’esito sarebbe stato ben diverso se si fosse rivolto alla Knesset (il parlamento israeliano): il premier ha infatti accuratamente evitato di parlare della questione dei palestinesi.

Come sottolineato nell’editoriale di oggi di Haaretz, la corsa alle parlamentari israeliane è caratterizzata dal fatto che i suoi candidati stanno ignorando l’unico vero fattore che potrebbe costituire una minaccia per Tel Aviv e la stabilità dello Stato, cioè l’occupazione dei territori palestinesi. “L’insistenza di Israele di dominare su milioni di palestinesi negando loro i diritti civili, espandendo gli insediamenti in Cisgiordania e tenendoli sotto assedio a Gaza, è ciò che minaccia e mette in pericolo il suo futuro”, si legge sul quotidiano israeliano. Secondo il giornalista sudamericano Miguel Ángel Bastenierl’obiettivo di Netanyahu è quello di negare l’esistenza dell’asimmetria con la Palestina e il siluramento di un accordo dell’Occidente con l’Iran è solo uno strumento di questa strategia.

Nonostante ciò, il programma nucleare dell’Iran costituisce davvero una preoccupazione per Netanyahu, in quanto c’è in gioco tutto l’equilibrio del Medio Oriente. “Un Iran armato di nucleare gli dà veramente gli incubi e gli fa venire i brividi lungo la schiena, ma nel corso del suo lungo regno [di Netanyahu] l’Iran lo è diventato davvero” un incubo, come spiega Amnon Abramovich, dell’israeliano Yedioth Ahronoth.

 


Roberta Papaleo

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