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Il concetto di tirannia nel pensiero politico islamico: lo studio di Hana al-Baydhani

(Elaph 04/06/2012). Traduzione di Claudia Avolio

 

Opinione di una ricercatrice yemenita è che la maggior parte dei sistemi politici nel mondo arabo islamico siano tirannie. Tirannide religiosa e tirannide politica vanno secondo la studiosa di pari passo. Una politica di tiranni grava sulle spalle di una nazione, indebolendola. Tanto che la ricercatrice non parla di “cittadini” che la abitano, ma di “sudditi”. Hana al-Baydhani, autrice dello studio, ci spiega che il termine “tirannia” è legato all’Impero Bizantino: gli imperatori assumevano il titolo di “tiranni”, e potevano poi conferire al proprio figlio o al marito della figlia il titolo di “governatore” di una provincia. La studiosa s’interroga sull’assenza di una teoria delle origini del concetto di “tirannia” nel pensiero politico islamico moderno e contemporaneo. In tal senso dice che c’è “la volontà di molte parti in causa (arabe e islamiche) di introdurre alcune fonti del pensiero politico islamico nell’ambito delle proibizioni o dei divieti”.

Nel suo libro dal titolo “Il concetto di tirannia nel pensiero politico islamico moderno e contemporaneo: Uno studio comparato” il dispotismo politico viene visto come risultato della tirannide in senso più ampio, partendo dall’autorità paterna e concludendosi in quella del governante. Nel suo concetto di tirannia rientra anche quella degli uomini contro le donne, così come la tirannia esercitata nell’educazione e nell’istruzione. La tirannia è anche religiosa e culturale, e tende a consolidare il concetto di Stato nazionale e ad ignorare la causa della democrazia. Lo studio è diventato un libro dopo aver costituito la tesi dottorale della ricercatrice – figlia del vice-presidente della Repubblica dello Yemen, Abdul Rahman al-Baydhani – la quale frequentava allora la facoltà di Economia e Scienze Politiche all’università del Cairo.

L’opera consta di 550 pagine e include al suo interno riletture del pensiero politico sciita, attraverso gli scritti dell’imam Nayani (scomparso nel 1936) e dell’ex-presidente iraniano Mohammad Khatami. Il pensiero politico sunnita è invece riletto alla luce degli scritti dello studioso siriano Abdul Rahman al-Kawakibi (1854-1902) e dello sheikh egiziano Mohammed al-Ghazali (1917-1996). Secondo l’autrice del libro, la tirannia religiosa nel mondo arabo islamico è un fatto che non può essere negato, e non è qualcosa di nuovo. Affonda infatti le radici “nel periodo d’avvio del dispotismo politico”, che viene individuato nell’aspra repressione dei gruppi musulmani sotto la dinastia Omayyade. “Ogni gruppo si riteneva il migliore e si dava da seguire i precetti del Corano, della Sunna e l’applicazione della Legge di Dio”, spiega Hana al-Baydhani, “Era propria dei sunniti la visione secondo cui fosse inammissibile allontanarsi da quanto stabilito dall’alto, compreso quando fosse ingiusto”.

La ricercatrice ha osservato anche l’evoluzione del “dispotismo religioso” dei gruppi militanti islamisti, valutando come coloro che ne fanno parte “non hanno compreso il vero senso della religione, e ne hanno preso solo ciò che hanno voluto”. Questa tendenza ha portato all’emergere di “movimenti terroristici, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, che ha reso chiaro come vogliano imporre le loro convinzioni con la forza, senza far ricorso alla logica né alla ragione”. Hana al-Baydhani fa inoltre riferimento a quel gruppo di musulmani che “ha adottato un estremismo pacifico”: si tratta della comunità musulmana in senso proprio, che somiglia alla comunità della jahiliyya (epoca dell’ignoranza, prima della rivelazione divina), quando ancora il profeta Muhammad non aveva compiuto la sua higra (emigrazione) dalla Mecca a Medina, e la comunità sentiva che non era ancora tempo per muoversi verso ciò che viene chiamato uno Stato islamico.


Claudia Avolio

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