In poche parole

Il Belgio modello d’integrazione?

L’Osservatore Romano Settimanale (25-10-2018)

In “Sottomissione”, Michel Houellebecq immaginava una società occidentale che scivolava lentamente verso l’accettazione di un modello islamista in cui la commistione tra politica e religione era inestricabilmente generalizzata. La polemica furiosa sorta intorno a quel romanzo – uscito il 7 Gennaio del 2015, il giorno dell’assalto al giornale satirico Charlie Hebdo – rispondeva alle paure suscitate da un islam radicale che sembrava aver conquistato largo spazio nelle nostre società.

La Francia del 2022, immaginata da Houellebecq nel suo romanzo, seguiva il “modello belga”: a Bruxelles, questa l’idea, si sarebbero visti i prodromi della situazione che lo scrittore francese immaginava a Parigi. I risultati, però, non confermano affatto quelle tetre previsioni.

Iniziamo dal principio: nel 2012 fu fondato il Partito ISLAM, acronimo di Integrità, Solidarietà, Libertà, Autenticità e Moralità. Aveva come obbiettivo principale quello di stabilire la sharia in Belgio. I fondatori proposero immediatamente la separazione tra uomini e donne nei trasporti pubblici, la legalizzazione della poligamia e la distribuzione di pasti halal nelle mense scolastiche. Il tutto accompagnato da una lettera indirizzata al re Alberto II con l’invito a convertirsi all’Islam.

Gesti più che sufficienti a focalizzare l’attenzione dei media che, puntualissimi, si precipitarono sull’osso lanciato loro e dettero ampio spazio, nei telegiornali e nei programmi tv, a un partito fino ad allora inesistente sulla scena pubblica.

I fondatori del partito avevano capito che la polarizzazione intorno all’Islam avrebbe favorito la loro visibilità. Per loro era chiaro che le parole “sharia” e “Stato islamico” assomigliavano alle “palle di bowling lanciate verso i giornalisti”, come racconta l’antropologo Lionel Remy in una intervista pubblicata su Le Point. L’esplosione mediatica derivò da quell’iniziativa dimostrò, una volta di più, che gli eccessi pagano e assicurano pubblicità gratuita. Proprio ciò di cui gli islamisti avevano bisogno.

Fu così che nel 2012, appena fondato, il partito ISLAM presentò tre candidati alle elezioni comunali e, nella sorpresa generale, riuscì a farne eleggere due. Conquistarono un seggio nel comune di Anderlecht e un altro a Molenbeek.

Arriviamo al 2018, sei anni dopo. Il 14 Ottobre scorso il partito islamista belga si è presentato con ventotto candidati. Una crescita importante, anche se il peso politico della formazione rimane irrisorio, rispetto ai 589 comuni belgi. Ma sono i risultati a parlare ancora più chiaramente: gli elettori hanno sentenziato la fine di questa esperienza, vista la netta sconfitta degli islamisti anche nei comuni caratterizzati da una robusta presenza dei cittadini di fede musulmana.

Nel comune di Molenbeek-Saint-Jean per esempio, un territorio considerato un feudo dell’islamismo radicale – Salah Abdeslam, uno degli autori degli attentati di Parigi del 2015, è cresciuto proprio in questo comune – il rappresentante del partito Islam perde il suo seggio in consiglio comunale, avendo raccolto solo l’1,8% dei consensi (contro il 4,12% nel 2012).

Certo non sono mancate voci e richieste volte a vietare questo partito. Ma la classe politica belga, nel suo insieme, ha gestito la questione nel migliore dei modi, lasciando alle urne l’ultima parola. Porre ostacoli e barriere preventive per proibire al partito islamico di presentarsi alle elezioni avrebbe costituito un enorme regalo. Perché un movimento identitario non aspetta altro che la possibilità di giocare il ruolo della vittima. In questo caso l’accusa al sistema politico belga sarebbe stata ovvia: “i musulmani sono considerati cittadini di seconda categoria”, che tra l’altro è il refrain della loro propaganda.

Un’analisi anche superficiale del voto dei musulmani belgi dimostra che l’appartenenza alla comunità non c’entra nulla (o, comunque, molto poco), nelle loro scelte politiche. Il sistema democratico ha dimostrato un’altra volta che solo gli ideali di apertura funzionano come antidoto contro tutti gli estremismi.

Dunque: nessuna sottomissione a ideologie islamiste, per il momento. E nessun segnale indica che che nel futuro prossimo andremo incontro a un simile scenario. I pochi sindaci di origine musulmana, scelti a Bruxelles e in altri città belghe, appartengono a partiti della sfera democratica. Nessuno è stato scelto per le suoe origini culturali o religiose.

Un’integrazione intelligente e un approccio ai problemi che certo non mancano, basato sulla cittadinanza può evitare quello che Houellebecq presentava come una fatalità. Solo in questo lo scrittore francese aveva ragione: il Belgio può essere davvero un modello da seguire.


Zouhir Louassini

Zouhir Louassini. Giornalista Rai e editorialista L'Osservatore Romano. Dottore di ricerca in Studi Semitici (Università di Granada, Spagna). Visiting professor in varie università italiane e straniere. Ha collaborato con diversi quotidiani arabi tra cui al-Hayat, Lakome e al-Alam. Ha pubblicato vari articoli sul mondo arabo in giornali e riviste spagnole (El Pais, Ideas-Afkar). Ha pubblicato Qatl al-Arabi (Uccidere l’arabo) e Fi Ahdhan Condoleezza wa bidun khassaer fi al Arwah ("En brazos de Condoleezza pero sin bajas"), entrambi scritti in arabo e tradotti in spagnolo.

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