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I razzi di Gaza mostrano che la calma non è poi così calma

Di Amos Harel. Haaretz (27/05/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Il lancio di un razzo Katyusha della scorsa notte su Gan Yavne è stato subito etichettato come il risultato di una disputa interna palestinese. Quindi, per ora, gli israeliani ancora segnati dalla guerra della scorsa estate a Gaza possono stare tranquilli.

Sia funzionari della Difesa in Israele che fonti interne a Gaza hanno dato le stesse spiegazioni per l’accaduto. Il capo del braccio militare del jihad Islamico sta cercando di imporre un nuovo comandante locale ai suoi uomini stanziati nel nord della Striscia, ma gli agenti operativi sul campo si oppongono alla nomina. Per questo è scoppiata una violenta disputa tra le due parti – una delle quali ha poi deciso di lanciare un razzo contro Israele. Ma Hamas non ha approvato il lancio e probabilmente prenderà provvedimenti per contenere la fazione minore.

Di conseguenza, la reazione di Israele sarà limitata. È vero che si tratta del primo razzo lanciato su territorio israeliano da Gaza dalla fine del conflitto della scorsa estate, ma Israele, come Hamas, al momento non vuole un’altra guerra. Quindi mentre la retorica sarà dura e i portavoce ufficiali dichiareranno che Hamas è responsabile di qualsiasi colpo sparato dal territorio che controlla, è probabile che nella pratica Israele procederà a una rappresaglia simbolica, calcolata per evitare di provocare un’escalation.

Ciò nondimeno, è improbabile che Israele lasci che l’incidente passi inosservato. Dopo tutto, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che la sua politica è quella di rispondere col fuoco. Inoltre, si tratta del primo incidente securitario nel sud di Israele dall’insediamento del nuovo governo, un governo costantemente sfidato dalla destra del partito Yisrael Beiteinu, ora all’opposizione. Netanyahu non può permettersi di mostrarsi debole contro l’organizzazione islamista.

Hamas, che non sembra meno preoccupato che Israele dal lancio del razzo incontrollato da Gaza, continuerà a scavare tunnel, testare missili e addestrare i suoi combattenti per la prossima guerra. Tuttavia, due presupposti rimangono validi dall’ultimo conflitto dell’estate scorsa: prima di tutto, nessuno dei due vuole un’altra guerra adesso; secondo, il primo presupposto era valido anche l’estate scorsa, ma una serie di errori di calcolo hanno portato comunque al conflitto.

Dal momento che gli sforzi per raggiungere una tregua duratura non hanno ancora avuto successo e dato che l’economia di Gaza continua ad essere in crisi come lo era la scorsa estate, una quiete a lungo termine sembra improbabile. Ci sono troppi personaggi secondari nella tragedia di Gaza, come il Jihad Islamico, che sono inclini sia al desiderio, sia alla capacità di trascinare Hamas e Israele in un’altra guerra.

Amos Harel è un esperto israeliano di affari militari, di difesa e di sicurezza, corrispondente di Haaretz da 12 anni.

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Roberta Papaleo

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