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I palestinesi e il percorso verso la CPI

Di Rami G. Khouri. The Daily Star (10/05/2014). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Diciassette organizzazioni internazionali, tra cui  tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, e importanti gruppi palestinesi come Al-Dameer e Al-Haq, questa settimana hanno esortato il governo ad unirsi alla Corte Penale Internazionale (CPI) per porre fine a una mancanza di responsabilità per i presunti crimini commessi da entrambe le parti nel conflitto israelo-palestinese. Nella lettera al presidente palestinese Mahmoud Abbas, le organizzazioni hanno chiesto la responsabilità per gli atti di tortura, gli attacchi indiscriminati contro i civili e l’espansione degli insediamenti israeliani sui territori occupati.

Ricorrere alla CPI segna una convergenza potenzialmente decisiva tra fenomeni finora non collegati. Questi comprendono una strategia palestinese unificata supportata da un consenso nazionale, beneficiando così dello status di Stato osservatore non membro presso le Nazioni Unite. Viene inoltre inclusa l’applicazione di norme del diritto internazionale al comportamento criminale di Israele nei territori palestinesi occupati e ad eventuali azioni illegali parallele attuate dai palestinesi, cosa che favorirebbe un sostegno internazionale su larga scala per la loro causa. Infine, proseguire con questa convergenza tra dinamiche legali e politiche sarebbe una mossa saggia per una leadership che sta cercando di attuare l’accordo di riconciliazione e di unità tra Fatah e Hamas.

Recentemente i palestinesi hanno presentato domanda di adesione a 15 agenzie delle Nazioni Unite, nonché a  trattati e convenzioni internazionali, e prevede di aderire ad altre 48 organizzazioni e di firmare la Quarta Convenzione di Ginevra. Le definizioni della Convenzione sulla protezione umanitaria per i civili nelle zone di guerra si applica in diversi modi alla sottomissione dei palestinesi nei territori occupati da parte dello Stato di Israele. Non sorprende che gli Stati Uniti e Israele hanno tentato invano di bloccare gli sforzi palestinesi di aderire ad agenzie e convenzioni internazionali sostenendo che questo approccio aggira i colloqui di pace diretti, che però non hanno impedito ad Israele di espandere le proprie colonie.

Solo due metodi sono riusciti a fermare o invertire la colonizzazione israeliana in Palestina e nei territori arabi confinanti: gli accordi di pace, come quelli firmati con l’Egitto e la Giordania, o la resistenza armata che ha contribuito a porre fine all’occupazione diretta israeliana e la colonizzazione di Gaza e del Sud del Libano. Nessuna di queste opzioni sembra avere una probabilità di successo oggi, quindi è giunto il momento per i palestinesi di cercare altri mezzi disponibili e tra questi attivare i meccanismi della CPI sembra essere l’opzione migliore.

Le organizzazioni internazionali per i diritti umani sostengono che l’adesione alla CPI potrebbe incoraggiare israeliani e palestinesi a rispettare il diritto internazionale e a mettere fine all’impunità per i crimini di guerra.

Insomma, che cosa  aspetta Mahmoud Abbas?

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Roberta Papaleo

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