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I palestinesi della Cisgiordania raccolgono fondi per Gaza

Di Daoud Kuttab. Al-Monitor (01/08/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Passando in auto per i territori occupati, si leggono grandi cartelli che recitano “Siamo tutti Gaza”. Le stazioni radio trasmettono canti rivoluzionari, canzoni patriottiche di Marcel Khalife e poesie di Mahmoud Darwish tra le notizie e le interviste con reporter di Gaza e analisti palestinesi.

A Betlemme, Alex Awad dice di sentirsi in colpa ogni volta che acquista un prodotto con il codice a barre che inizia per 729, che ne identifica l’origine israeliana. I palestinesi vengono incoraggiati a cercare prodotti il cui codice inizi per 625, il codice a barre palestinese. Awad, che gestisce la Shepherd Society, sta lavorando con gli abitanti di Gaza per aiutarli a superare l’attuale crisi, oltre a collaborare con un’organizzazione umanitaria cristiana neozelandese per raccogliere 100.000 dollari. Spera che questo denaro verrà poi distribuito alle famiglie di Gaza (250 dollari a famiglia) per aiutarli a comprare cibo, acqua e gas e per trovarsi un altro alloggio se le loro case sono state distrutte.

Awad ha dichiarato che stava rispolverando un articolo da lui scritto anni fa, nel quale invitava i palestinesi a smettere di usare valuta israeliana. “È una piccola azione, ma è qualcosa che chiunque può fare e permette alla gente di sentire che non stanno aiutando l’occupazione”, ha detto. Awad  ha ammesso che il governo palestinese, in virtù degli Accordi di Parigi, si era impegnato ad usare lo shekel israeliano, ma ha anche affermato che è ormai tempo di porre fine a questo impegno: “Israele ha violato talmente tanti punti di quegli accordi, come impedire il movimento di beni e persone tra la Cisgiordania e Gaza. Anche se l’Autorità Palestinese non può liberarsi di questi impegni, non c’è motivo per cui la gente debba essere obbligata a usare la valuta degli occupanti”. Gran parte della valuta che arriva in Palestina è in dollari, euro o dinari giordani. Awad si chiede perché la gente li cambia subito per shekel israeliani.

Anche i palestinesi che vivono in Israele si stanno impegnando nel sostenere Gaza. Nella città di Um al-Fahm sono stati raccolti 2 milioni di shekel (585.000 dollari). Un altro gruppo ha organizzato pullman diretti alla città di Tulkarm, dove i palestinese di Israele hanno donato sangue in un ospedale.

Oltre a donazioni in natura – preferite da molti per evitare la corruzione – e sostegno finanziario, molti palestinesi della Cisgiordania sentono il bisogno di mostrare il loro supporto per la popolazione di Gaza. Molte manifestazioni hanno avuto luogo negli ultimi giorni di Ramadan e sono state represse con la forza dagli israeliani, causando la morte di 6 manifestanti palestinesi.

Lo scorso 25 luglio, un’enorme marcia da Ramallah a Gerusalemme con decine di migliaia di persone è stata duramente repressa dai soldati israeliani vicino al posto di blocco di Qalandia. Due palestinesi sono stati uccisi, mentre 200 sono rimasti feriti. Dall’inizio dell’Eid al-Fitr, le manifestazioni si sono fermate, ma il 1° agosto è stato indetto un giorno di rabbia che ha scatenato manifestazioni di massa in tutta la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Le proteste di rabbia hanno avuto luogo anche vicino Betlemme, a Hebron, a Nablus, Tulkarm e in altre città dei territori occupati.

I palestinesi della Cisgiordania sanno che il loro sostegno non cambierà la situazione a Gaza. Il loro contributo, tuttavia, che siano casse di acqua, donazioni di sangue o proteste anti-Israele, vogliono mostrare la loro solidarietà e far sentire ai palestinesi che stanno facendo qualcosa per i loro fratelli di Gaza.

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Roberta Papaleo

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