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I cristiani in Marocco: una categoria di oppressi?

Zoom 21 ott MaroccoDi Boualam Ghabashi. Hespress (17/10/2013). Traduzione e sintesi di Silvia Di Cesare.

Un rapporto pubblicato da un’agenzia di stampa spagnola ha riaperto il dibattito pubblico sulle condizioni di vita dei “cristiani marocchini”, o più precisamente di quei cittadini del Marocco che abbandonano l’islam per convertirsi al cristianesimo. Questa categoria di oppressi, come si autodefiniscono nelle loro dichiarazioni, conta in realtà un numero limitato di persone. Proprio la scarsità del fenomeno porta molti marocchini a leggere il rapporto come un tentativo dei mezzi di comunicazione di alzare un polverone mediatico sull’argomento.

Secondo il Dottor Hussein Majdoubi esperto delle relazioni tra Spagna e Marocco e direttore del sito Alif Post, il contenuto principale di questo rapporto riguarda le difficoltà che affrontano i cristiani marocchini in termini di diritto penale, dove la libertà di culto non è prevista e coloro che decidono di cambiare il loro credo sono punibili con la prigione.

I cristiani marocchini portano avanti le loro istanze attraverso la rete. Un esempio si ritrova  nella trasmissione diffusa su YouTube di Rashid, il quale ha pubblicato una lettera aperta al re Mohammed VI in cui affronta la questione dei marocchini che abbandonano l’islam per convertirsi al cristianesimo. In questa lettera Rashid ribadisce l’uguaglianza dei cristiani  in materia di diritti della persona, in quanto parte del popolo marocchino, come ad esempio il “diritto al matrimonio civile o religioso” e il “diritto di insegnare il cristianesimo ai propri figli”.

Da parte sua, Mohammed Djait, membro dell’associazione marocchina per i diritti umani, ricorda l’arresto avvenuto un anno fa di un giovane marocchino cristiano dichiarato colpevole di aver tentato di “far vacillare la fede di un musulmano” in base a quanto recitato dall’art. 220 del codice penale. “Questo arresto” ha dichiarato Djait “ci riporta alla mente il periodo dell’inquisizione, dei ricatti e delle persecuzioni messe in atto in Marocco contro le minoranze religiose e contro i non credenti, siano essi sciiti, baha’i, atei o seguaci di altre religioni. Essere condannati sulla base del proprio credo religioso è una violazione dell’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che sancisce la libertà di culto, così come la libertà di cambiare religione e la libertà di esprimere il proprio credo nell’insegnamento e nelle pratiche”.

Tutt’altro giudizio viene espresso da Muntasir Hamad, ricercatore esperto in movimenti islamici, secondo il quale al momento non esistono studi relativi alla situazione dei cristiani in Marocco, eccezion fatta per alcune tesi di laurea. Per quanto riguarda le critiche rivolte al Marocco, Hamada ritiene che si tratti indiscutibilmente di critiche di natura politica. “Il Marocco, in realtà, dovrebbe essere  l’ultimo Paese musulmano a cui rivolgere tali contestazioni. Esso infatti fu il primo Stato islamico a ricevere il Papa nel suo territorio, in occasione della visita di Giovanni Paolo II nel 1986”.

Hamada ha aggiunto che “la situazione dei cristiani in Marocco non è caratterizzata dall’inquietudine o dal disagio”, riprendendo le parole dei rappresentanti ecclesiastici delle istituzioni religiose in Marocco. “Ciò che attira l’attenzione, e che viene sfruttato politicamente da alcuni partiti politici all’estero, sono i rari casi di musulmani che si convertono al cristianesimo. Situazioni reali che però rappresentano delle eccezioni, che finiscono per diventare più un fenomeno mediatico che sociale”.

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Roberta Papaleo

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