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Hummus, maftoul e un contorno di conflitto israelo-palestinese

Di Naureen Khan. Al-Jazeera (19/11/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Nato quattro anni fa come progetto d’arte, Conflict Kitchen è diventata una realtà culturale e culinaria di successo nella città di Pittsburgh, in Pennsylvania (USA), sia per il suo cibo, sia per la sua idea. Per pochi mesi e a rotazione, un piccolo ristorante a portar via si specializza nella cucina di un Paese con cui gli Stati Uniti sono direttamente o indirettamente in conflitto. Il ristorante diventa così un luogo di discussione, esibizioni ed eventi sul tema.

L’ultimo dei menù è dedicato alla cucina, alla politica e alla cultura palestinese, cosa che ha immerso il progetto di Conflict Kitchen in un appassionato dibattito sulla libertà di espressione, sulla censura e sulle tensioni israelo-palestinesi. I proprietari del ristorante, Jon Rubin e Dawn Weleski, sapevano di andare incontro a una controversia avventurandosi nel territorio del conflitto israelo-palestinese. Tuttavia, scatenare la discussione su questioni controverse è sempre stato parte dell’obiettivo del progetto.

Poiché gli Stati Uniti sono stati a lungo dei fermi sostenitori di Israele nel corso del decennale conflitto con i palestinesi, Weleski e Rubin hanno pensato che la cucina e la cultura palestinese fossero naturalmente adatti per Conflict Kitchen. “Molti americani non analizzano la narrativa che ci viene propinata, così abbiamo voluto usare il cibo, un espediente immediato e viscerale, per iniziare la conversazione”, ha spiegato Rubin. “Un ristorante attira molte più persone di un comizio politico o di un forum accademico”.

Prima di lanciare una nuova cucina, i due proprietari eseguono un’estesa ricerca, viaggiando nei Paesi in questione per cucinare con le famiglie locali, raccogliendo ricette per il menù, realizzando interviste. Tra i progetti passati, figurano Paesi come Iran e Afghanistan, ma anche Cuba e Venezuela. In questo caso, Rubin e Roberta Sayre, direttore culinario del progetto, hanno viaggiato attraverso la Cisgiordania e la città di Nazareth cucinando con le famiglie palestinesi nelle loro case e ascoltando le storie del loro quotidiano. “Volevamo fare quello che abbiamo sempre fatto e far sentire una voce che la gente di solito non ascolta: questo è il nostro compito e non c’è ragione di tirarsi indietro”, ha affermato Weleski. “Solo perché si tratta di un argomento scomodo, a livello internazionale e americano, e che coinvolge molte emozioni, non vuol dire che non se ne dovrebbe parlare”.

Tuttavia, poco dopo il debutto della vetrina palestinese all’inizio di ottobre scorso, il ristorante è stato accusato di essere anti-Israele. Critici hanno accusato il progetto di presentare una visione unilaterale che mette ingiustamente alla gogna gli israeliani. Alcuni se la sono presa con i volantini che Conflict Kitchen distribuisce con i suoi pasti, caratterizzati da interviste anonime realizzate dal team del progetto a residenti della Cisgiordania o palestinesi espatriati a Pittsburgh che trattano diversi aspetti della vita sotto l’occupazione, dagli insediamenti alla resistenza.

Da parte sua, Gregg Roman, direttore del Consiglio delle Relazioni della Comunità della Federazione Ebraica di Pittsburgh, ha dichiarato di non avere problemi col fatto che i palestinesi abbiano un posto dove dire la loro attraverso Conflict Kitchen, trovando però ingiusta l’esclusione di una controparte israeliana. Roman ha fatto notare che la Federazione si era messa in contatto con il progetto per offrire una prospettiva israeliana, ma che era stato congedato. Weleski e Rubin hanno ribadito che il punto del progetto non è quello di offrire pareri bilanciati su questioni controverse, ma semplicemente di dar voce a popoli marginalizzati e spesso inascoltati. “Lo scopo di tutto il nostro lavoro è presentare le storie e la vita quotidiana di Paesi che sono in conflitto con gli Stati Uniti. È abbastanza chiaro che l’America non è in conflitto con Israele. Abbiamo pensato fosse importante far conoscere il cibo e la cultura dei palestinesi e non quelle già conosciute o dominanti negli USA”, ha spiegato Weleski.

Rubin ha inoltre fatto notare che gli eventi di Conflict Kitchen sono aperti a tutti e che i membri delle comunità israeliana ed ebraica di Pittsburgh vi hanno assistito, prendendo parte a un dibattito civile con gli altri partecipanti.

Naureen Khan è una corrispondete per Al-Jazeera America.

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Roberta Papaleo

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