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Hashtag contro Boko Haram

Di Diana Moukalled. Asharq al-Awsat (13/05/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

#BringBackOurGirls. È l’hashtag nato su Twitter in seguito al rapimento di decine di studentesse nigeriane da parte di miliziani di Boko Haram.

La notizia è stata scioccante, eppure la reazione iniziale, specie nel mondo arabo-islamico, non è stata all’altezza di un crimine così grave.

Infatti, sono trascorsi alcuni giorni prima che la situazione delle giovani si ponesse al centro dell’attenzione pubblica. L’interesse è andato crescendo grazie all’hashtag #BringBackOurGirls, per cui ora il mondo interagisce elettronicamente e tutti sono partecipi alla vicenda. Ma questo può bastare a far tornare a casa le studentesse prigioniere in remote aree di confine, senza che nessuno sappia davvero cosa sia accaduto loro?

Non c’è dubbio che la risposta nei confronti dei miliziani, secondo i quali insegnare a delle ragazze costituisce un peccato, debba essere diretta e risoluta – ma cosa può fare una campagna online rispetto ad un fatto così ripugnante?

Le autorità nigeriane sono deboli e hanno gran parte della responsabilità per l’aumento della forza e dell’influenza di Boko Haram. Fare affidamento su di loro per risolvere la situazione, dunque, è imprudente. Quanto ai governi occidentali, questi hanno iniziato a muoversi sotto la spinta dell’opinione pubblica e si sono offerti di inviare in Nigeria degli esperti in materia di sicurezza per aiutare le autorità locali ad affrontare la crisi.

L’idea di ragazze spaventate nelle mani di violenti rapitori – paragonata a quella di persone di tutto il mondo che, alle prese con cellulari e computer, seguono la vicenda bevendo un caffè notizie e partecipano con immagini e commenti – sembra inadeguata e del tutto ingenua.

Personalmente, sono a favore della campagna e dell’uso di tutti i mezzi a disposizione per mantenere vivo l’interesse sulla vicenda, al fine di assicurare la liberazione delle studentesse rapite. Tuttavia, l’esperienza insegna che l’attenzione del mondo presto svanirà, come nel caso della Siria.

È probabile che Boko Haram non sarà influenzato dalla campagna. Il leader del gruppo – che in un video ride e minaccia di vendere le ragazze come schiave al mercato – potrebbe fare qualsiasi cosa alle sue prigioniere. La campagna, tuttavia, si rivolge ai governi. Nessuno si aspetta che selfies e hashtag determinino un cambiamento sociale, ma quando un numero rilevante di persone prende una posizione allora sì che i governi ascoltano ed agiscono.

Il potere dei social media sta nella partecipazione, nella continuità e nel riuscire ad unire le voci di tutto il mondo, cosicché ignorarle diventa difficile. Riuscirà la campagna a far liberare le ragazze? Possiamo solo sperarlo!

Vai all’originale

 

Cristina Gulfi

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