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Hanno ucciso bin Laden ma non hanno sconfitto al-qaeda

Abdel Bari Atwan (Al-Quds al-Arabi – 1/5/2012). Traduzione di C.Caldonazzo

Un anno fa le unità speciali Usa hanno assaltato una modesta abitazione ad Abbottabad, vicino la capitale pakistana Islamabad, uccidendo Osama bin Laden, il figlio Khaled, due aiutanti e due donne, dopo una caccia durata quasi 15 anni. Il presidente Usa Barack Obama ha conquistato una vittoria su al-qaeda e sul suo capo e vuole riscuotere l’unico successo del suo mandato. Un successo il cui raggiungimento potrebbe costare  caro agli Stati Uniti e allo stesso presidente Obama, al pari dell’evoluzione di al-qaeda e dei suoi attacchi.

Osama bin Laden era diventato un simbolo per i suoi seguaci (che nel mondo musulmano non sono pochi) e l’amministrazione Usa lo sapeva. Per questo ha sepolto i cadaveri dell’ex capo di al-qaeda e di suo figlio nel Golfo Persico e ha distrutto il bunker di Abbottabad per evitare che diventasse un luogo di pellegrinaggio in memoria di chi ha colpito gli Usa in casa loro e ha inflitto al loro esercito una pesante sconfitta (diretta o indiretta) in Iraq e Afghanistan. Un personaggio che ha fatto sprofondare gli Stati Uniti in una guerra contro il terrorismo costata finora più di settemila soldati morti e decine di migliaia di feriti, oltre ai circa mille miliardi di dollari, una stima che potrebbe quintuplicarsi a detta degli stessi economisti americani.

Naturalmente l’uccisione di bin Laden ha influito sulla forza e la capacità di azione di al-qaeda, dal momento che era un modello e una fonte di ispirazione per l’impressione che dava di umiltà e per la sua profonda fede nella battaglia che conduceva. Pur non condividendone metodi e princìpi, vale la pena notare che al-qaeda negli ultimi dieci anni si è evoluta, cessando di essere gestita direttamente da un unico capo rinchiuso nel suo bunker prima nella regione tribale al confine tra Pakistan e Afghanistan, poi ad Abbottabad.

Al-Qaeda è come un albero con rami fitti che si estendono nello spazio e con radici profonde sotto terra. Tagliare un ramo, grande o piccolo che sia (bin Laden o Ayman al-Awlaki), difficilmente ne indebolisce le radici, costituite da una mescolanza di dolori e speranze. Ciò spiega lo scarso successo della guerra condotta da Washington e dai servizi di intelligence arabi e stranieri per più di dieci anni. I nuovi capi inoltre sono più feroci dei loro colleghi, dei loro progenitori o dei dirigenti della prima generazione. Il più delle volte inoltre hanno maggiore conoscenza e cultura e, aspetto ancor più pericoloso, sono più ostili verso l’Occidente, soprattutto verso gli Usa e i loro piani regionali e nel mondo islamico.

Sotto la guida di bin Laden, il suo vice Ayman al-Zawahiri ha sviluppato l’organizzazione trasformandola in una rete di cellule presenti sul territorio di molti paesi musulmani, rendendola in tal modo più pericolosa. E’ stato lui infatti a porre le fondamenta dei rami di al-qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), nel Sahara, in Somalia (gli Shabab), rafforzando e ricostituendo il ramo iracheno, rendendo il suo emirato di Mosul un modello. Ancora più importante è stata la trasformazione del governatorato yemenita di Shabwa nella guida parallela al comando centrale che si trova tuttora nelle aree tribali afghane.

Rami meno importanti dell’organizzazione si trovano attualmente nella Striscia di Gaza, in Libano, nel Nord del Mali (Mujao), in Nigeria (Boko Haram) e presto probabilmente anche in Siria, se già non vi si sono piantate le radici (gli Usa hanno confermato ufficialmente la presenza di al-qaeda nel paese). Non si deve dimenticare inoltre la sua presenza in Libia, dove molti visitatori ne hanno visto gli emblemi svolazzare in diversi quartieri e in diverse città. Al-qaeda inoltre ha raggiunto tre importanti traguardi, che dovrebbero preoccupare l’Occidente. Il primo è il controllo delle rotte marittime internazionali, attraverso il ramo attivo a Zinjibar (ora divenuto un emirato islamico), nel resto del Sud dello Yemen e in Somalia. Negli ultimi cinque anni l’organizzazione ha sequestrato più di duecento navi, raccogliendo oltre 300milioni di dollari di riscatto. Il secondo successo è la conquista di terre vicine ai giacimenti di petrolio nella Penisola Araba, in Libia e in misura minore in Iraq. Terza vittoria l’appropriazione nel Maghreb e nel Sahel di una quantità spropositata di armi, equipaggiamenti bellici, missili antiaerei e anticarro e l’aumento del suo potere economico attraverso il rapimento di turisti europei, alcuni rilasciati dietro riscatti di milioni di dollari.

Malgrado sia stata colta di sorpresa dalle rivolte del mondo arabo, al-qaeda potrebbe essere in futuro il maggior beneficiario di questa situazione, non solo a causa dell’instabilità e del caos generalizzati in molti paesi, come Libia e Yemen, ma anche perché le forze politiche che hanno vinto le elezioni sono nella maggioranza dei casi di matrice islamica, salafita, di area della Fratellanza musulmana. Queste forze potrebbero trovarsi in imbarazzo a combattere contro al-qaeda. Alcuni  stati occidentali, Usa in primis, con il sostegno di alcuni paesi arabi, stanno tentando di contrastare le rivolte arabe e riportare la situazione sotto il controllo di Washington, come è successo in passato, per mantenere i trattati di pace con Israele. Tali tentativi vengono condotti sotto forma di blocco degli aiuti finanziari, ma le condizioni economiche di estrema difficoltà (ad esempio in Egitto e in Tunisia) rappresentano un vantaggio per i militanti islamici e per organizzazioni simili ad al-qaeda, se non per al-qaeda stessa.

I nuovi capi di al-qaeda hanno iniziato a pensare in modo più pragmatico, mettendo da parte questioni di etichetta e adottando altri nomi, come “monoteismo e jihad”, “vittoria dell’islam”, “monoteismo” e probabilmente anche “trionfo” e “stato islamico dell’Iraq”. L’obiettivo è evitare persecuzioni, arresti o la detenzione in carceri come Guantanamo, ma anche liberarsi delle conseguenza di alcuni errori e comportamenti precedenti, come quelli adottati in Iraq. Ayman al-Zawahiri, divenuto il capo di al-qaeda, l’ha trasformata da ‘organizzazione centralizzata con capitale a Tora Bora (come era prima degli attentati dell’11 settembre 2001), in un’organizzazione pluricentrica dalle molteplici diramazioni. Probabilmente ne sta ridisegnando la linea ideologica mutandone l’ordine delle priorità, rendendola, in virtù della dimensione panaraba della sua personalità e formazione, più propensa a intensificare le azioni contro Israele. Almeno così sembra. Non dobbiamo dimenticare infatti che al-Zawahiri era un capo dell’Organizzazione per il jihad, che era dietro l’uccisione di Anwar al-Sadat (poco dopo la firma degli accordi di Camp David) e, con altri nomi, è rimasta attiva nel deserto del Sinai, facendo saltare 14 volte il gasdotto egiziano che rifornisce Israele, fino a fermarlo del tutto.

I nuovi capi di al-qaeda vantano un grado elevato di conoscenza scientifica, la maggior parte di loro ha studiato nelle università occidentali e sono interessati alla potente rete informatica e ad altri mezzi di comunicazione, al punto che Al Jazeera non è più necessaria. Gli Usa hanno riconosciuto indirettamente le proprie sconfitte in Iraq e Afghanistan e implicitamente hanno fatto lo stesso per quanto riguarda la guerra contro il “jihad del web”, dove le menti di al-qaeda hanno superato i loro apparati di sicurezza.

Osama bin Laden è passato a miglior vita, ma gli Usa temono la sua morte come temevano lui da vivo. Perciò lo hanno sepolto in mare, ma egli ha lasciato un’organizzazione più forte e un’ideologia del jihad che ha preso piede non solo nel web, ma anche nelle menti di molti musulmani delusi dall’egemonia americana e occidentale. Finché continuerà l’umiliazione degli arabi e dei musulmani, al-qaeda continuerà a vivere, a svilupparsi e, in caso di sconfitta, verrà riportata in vita con altri nomi. Tuttavia dubitiamo che in futuro possa essere sconfitta.


Carlotta Caldonazzo

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