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Hamas ha imparato la lezione da Ennahda

Di Ali Ibrahim. Asharq al-Awsat (04/06/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

In Palestina, non ci sono state rivolte come quelle che si sono viste nei Paesi vicini. Questo per dire che, sin dalla presa della Striscia di Gaza e dalla sua espulsione come rappresentate dell’Autorità Palestinese sei anni fa, Hamas non ha mai subito alcuna pressione che dall’interno reclamasse la sua caduta.

Negli ultimi anni, Hamas si è comportato quasi come uno Stato indipendente, con legami regionali e internazionali tutti suoi. Ha resistito all’idea della riconciliazione con l’Autorità Palestinese sulla premessa che un qualsiasi accordo avrebbe fatto sì che la Striscia sarebbe tornata all’AP, in virtù delle frontiere stabilite nei trattati con Egitto e Israele.

Il cambiamento che Hamas si è ora imposto – la formazione di un governo d’unità, elezioni in sei mesi – fa eco agli sviluppi di cui la regione è stata testimone con l’ondata di cambiamenti che ha colpito Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen.

Oggi, sia l’equilibrio tra forze politiche che le alleanze regionali sono cambiate e la leadership di Hamas è stata espulsa da Damasco. Con Hezbollah accanto al regime Assad nel conflitto siriano, era naturale che le relazioni  del gruppo con Hamas venissero meno.

Tuttavia, il fattore principale che ha spinto Hamas verso la riconciliazione è stata l’eliminazione della Fratellanza Musulmana in Egitto. La Fratellanza non solo era un gruppo ideologicamente affine ad Hamas, ma era anche quello che governava il Paese che più di tutti ha aiutato i palestinesi negli ultimi 10 anni. Questo ha convinto Hamas ad aver raggiunto il suo obiettivo strategico. Per come si sono messe le cose, però, non è stato così prudente da allontanarsi dal conflitto politico in Egitto. Al contrario, Hamas ne è rimasto coinvolto al punto da venire considerato dal Cairo una minaccia a causa dei tunnel che collegano l’Egitto a Gaza. Questi tunnel erano l’ancora di salvezza del governo Hamas nella Striscia: gli assicuravano così tante entrate che venne creato un ente ad hoc incaricato di gestire le merci che vi passavano.

Arrivato però a un vicolo cieco, alla fine Hamas ha deciso di seguire il movimento islamista tunisino Ennahda, il quale ha dovuto lasciare il potere per evitare un confronto con i suoi oppositori simile a quello accaduto in Egitto. Ciò è vero anche se si prendono in considerazione le differenze tra i due Paesi: Ennahda ha preferito perdere il potere piuttosto che perdere influenza, dopo aver visto la Fratellanza in Egitto perderli entrambi.

Qualunque sia il caso, la cosa più importante è che l’accordo per la formazione di un governo d’unità in Palestina è stato firmato con le intenzioni migliori. Le circostanze sono cambiate: ora che Hamas possiede potere e armi sul campo, sarà importante vedere come si comporterà con l’Autorità Palestinese quando tornerà nella Striscia di Gaza. È inoltre importante rendersi conto che il gruppo islamista è sceso a patti con i cambiamenti geopolitici della regione e che non ci sarà mai un ritorno al “tempo dei tunnel”. D’ora in poi, Hamas dovrà concentrarsi sul fare cos’è meglio negli interessi del popolo palestinese.

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Roberta Papaleo

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