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Hamas: dalla resistenza alla guerra civile

Hamas
Il giornalista libanese, Nadim Qoteish, sul “nuovo” documento politico del movimento Hamas

Di Nadim Qoteish. Al-Arabiya (05/05/2017). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Il “nuovo” Hamas – se così lo si definisce, che di recente ha presentato “un documento politico” pieno di contraddizioni e assurdità – non vuole essere un’alternativa al “vecchio” Hamas che ha vissuto sotto l’egida dello Statuto del 1988. Nel nuovo documento politico Hamas non rappresenta una parte del Movimento dell’Islam politico, bensì un movimento islamico di liberazione nazionale, e quindi la sua lotta diventa una lotta politica contro la resistenza sionista e non un conflitto ideologico religioso contro gli ebrei. Il Movimento si rende garante dello Stato palestinese entro i confini previsti il 4 giugno 1967 senza riconoscere Israele; tuttavia, non chiarisce con chi negozierà tali confini.

La cosa importante è che il nuovo documento politico è il risultato del lungo cammino “di assuefazione” tra Hamas e la realtà del conflitto israelo-palestinese nonché delle sue trasformazioni dall’accordo di Oslo. Prima di Hamas vi era stato lo sheikh Ahmad Yassin a proporre una lunga tregua con Israele dal 1997, in cambio di uno stato palestinese come previsto nel gennaio 1967, confermando tale principio più di una volta fino al suo omicidio nel 2004. L’idea dello sheikh Yassin era stata poi ribadita anche dal leader dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal.

Una delle principali crisi del movimento Hamas risiede nel suo pragmatismo circa la lotta contro il “nemico principale”, Israele, e la radicalizzazione del conflitto civile interno contro il movimento Fatah. Questa è una caratteristica principale dei vari movimenti di resistenza a cui non ha fatto eccezione neppure Hezbollah, che mantiene una strana calma dinanzi agli attacchi sferrati da Israele. A tal riguardo, di particolare rilievo è stato il discorso del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, durante lo sciopero della fame indetto dai prigionieri palestinesi, in cui non si è fatto cenno né al missile americano Tomahawk lanciato contro la Siria né ai recenti raid israeliani contro la sede del partito. Tanto nel discorso di Hezbollah quanto nel nuovo documento di Hamas non si fa menzione di Israele come nemico principale.

Di ironico vi è il fatto che il movimento Hamas non ha in realtà prodotto nulla se non una risposta al processo di pace voluto da Yasser Arafat, avviato con l’accordo di Oslo che dura da 30 anni. Se ora ci si allontana dalle condizioni di tal processo, si teme che si espanda il conflitto palestinese interno per giungere al controllo del Movimento di Liberazione Palestinese.

Hamas prosegue sulla stessa linea di Hezbollah, passando dall’ideale di liberazione a quello di difesa di uno stato entro i confini previsti il 4 giugno 1967. Per entrambi – Hamas e Hezbollah – lo sviluppo “documentativo” è stato un adattamento di emergenza delle condizioni della guerra civile ma non del conflitto con Israele. Dinanzi ad Hamas vi è quindi la possibilità di una guerra civile e non di liberazione. Dunque la scelta deve posarsi non sul riconoscimento di Israele ma sulla pace civile palestinese.

Nadim Qotesih è un giornalista libanese.

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Redazione

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