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Hai bisogno del cinema?: ‘Alaa al-Aswani riflette sull’arte in Egitto

Alaa Al-Aswanidi ‘Alaa al-Aswani (As-Safir 11/06/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Ti ricordi la prima volta che sei andato al cinema? Ricordi quella sensazione di divertimento mescolato a stupore, e tu che prendevi il tuo biglietto dall’addetto alla biglietteria che ti portava al tuo posto nel buio e ti faceva sedere? E lentamente uscivi dal mondo da cui eri venuto ed entravi in quello magico che ti scorreva sullo schermo davanti agli occhi… Sei stato influenzato dalle scene cinematografiche nel plasmare i tuoi ricordi e nutrire la tua immaginazione? Se sei della vecchia generazione, senza dubbio avrai avuto a che fare con Farid Shawqi e Ahmed Ramzy, Nadia Lutfi e Hind Rostom, Huda Sultan… Senza dubbio Souad Hosni è rimasta un modello di ragazza egiziana, come la collega d’università o la vicina che hai amato. Senza dubbio hai amato, come tutti gli egiziani, Umm Kulthum, Abdel Wahab e Abdel Halim, Mohamed Mounir, Ali Hajjar e gli altri.

La domanda è: cosa accadrebbe se una persona vivesse privata dell’arte? La differenza tra l’uomo primitivo e l’uomo civilizzato è che quest’ultimo apprezza la musica, l’arte e la letteratura. La nostra creatività e il nostro gusto per l’arte è ciò che ci rende civilizzati. In questo senso dobbiamo sentirci orgogliosi d’essere egiziani. L’Egitto è una nazione del Terzo mondo che ha sofferto decenni di tirannia ed occupazione, ma nel campo culturale è una grande nazione. Basta sapere che il film è arrivato in Egitto nel 1896 – un anno dopo che in Francia i fratelli Lumière lo avevano portato alla luce. Gli egiziani hanno conosciuto i film prima che li conoscessero molti dei Paesi occidentali. L’Egitto è la sola nazione nel mondo arabo ad avere una vera industria del cinema dall’inizio dello scorso secolo.

Gli spiriti creativi egiziani nella letteratura e nell’arte sono la vera ricchezza inestimabile dell’Egitto. Nonostante il deteriorarsi delle condizioni egiziane a causa della tirannia, l’arte egiziana è ancora in primo piano e un artista arabo che voglia avere grande successo deve venire al Cairo. Non c’è Paese arabo che abbia così tanti spiriti creativi come l’Egitto. Questa enorme ricchezza artistica egiziana è minacciata oggi da pericolo. L’ultimo anello aggiunto alla catena del rafforzamento dei Fratelli Musulmani tocca proprio la cultura. D’un tratto è apparso qualcuno di nome Alaa Abdel Aziz, nominato dalla Fratellanza ministro della Cultura. Sin dal primo giorno della sua nomina, ha perpetrato al ministero un massacro amministrativo. Ha licenziato funzionari in massa, poi è sembrato divertirsi ad insultare gli artisti famosi solo per il gusto di farlo. La flautista di fama mondiale Inas Abdel Dayem è stata rimossa dalla guida dell’Opera in modo umiliante.

Il ministro ha annunciato che ha intenzione di eliminare la corruzione dalla Cultura. Corruzione e sperpero di danaro pubblico sono di certo problemi di cui quel ministero soffre, ma cosa sta facendo Alaa Abdel Aziz per contrastare la corruzione? È chiaro che il ministro ha invocato la lotta alla corruzione per tagliare fuori gli spiriti creativi e gli intellettuali di sinistra che abbracciano idee contrarie alla Fratellanza. Ciò che il ministro sta facendo alla cultura è un preludio all’imposizione di nuovi schemi culturali che vede la Fratellanza più vicina all’Islam. Non c’è bisogno di accennare qui al fatto che ogni volta che la Fratellanza ha parlato di arte ha mostrato la sua ignoranza e il suo disprezzo per essa. La Fratellanza non crede nell’arte come riflesso immaginato della realtà che deve includere tanto modelli devianti quanto buoni. Non comprende che il ruolo dell’arte non è un giudizio morale sugli altri, ma empatia e comprensione verso i desideri degli artisti, non importa quali errori siano compiuti.

I Fratelli Musulmani, come ogni altra forza fascista, vogliono che l’arte sia un mezzo di propaganda diretta delle loro idee. Non vogliono che l’arte presenti ladri, prostitute, emarginati e deviati – vogliono che l’arte offra un modello di vita di pura ortodossia come loro la intendono. Non comprendono il significato dell’arte e non la apprezzano perché sono estremisti: l’estremismo e l’arte si escludono a vicenda. Per creare, l’artista deve godere della piena libertà: ogni restrizione posta alla sua immaginazione rovina del tutto la sua arte. Ci chiederà un esponente della Fratellanza: “E se un artista crea qualcosa che offende il gusto del pubblico?”. La risposta sarà che nei Paesi civili la punizione per chi abusa dell’arte viene dal pubblico che si discosta dalla sua opera, e non dall’autorità.

Un altro della Fratellanza potrà chiedere: “Cosa si fa coi film che non vogliamo far guardare ai bambini?”. La risposta sarà che nei Paesi democratici il controllo si esercita mettendo un limite di età: alcuni film saranno per soli adulti, ma senza interferire nei dettagli dell’opera d’arte come vorrebbe Sheikh Askar (membro della Fratellanza). Le restrizioni minano l’arte sul nascere. Il significato del dramma è il conflitto, e non può darsi un vero conflitto se bene e male non convivono in modo naturale e convincente. La Fratellanza sembra convinta che mostrare il male nell’arte contrasti con la virtù che la religione invoca. Questa interpretazione è infantile in quanto l’arte affianca la religione nel difendere i valori umani, ma con mezzi diversi. Mentre la religione adotta un’esortazione diretta, il potere dell’arte ha origine nella sua capacità di persuadere con la personificazione. E quest’ultima si verifica con l’illusione. Dobbiamo dare all’artista piena libertà nel mostrare la vita umana come più gli aggrada farlo, e alla fine scopriremo che l’effetto positivo dell’arte sull’etica non è minore dell’effetto che può sortire la religione.

Arte e religione condividono dunque nobili propositi, ma li raggiungono lungo due vie diverse. Abbiamo sempre amato l’arte egiziana ed essa ha formato la nostra coscienza nel corso delle generazioni esposte a un barbaro attacco da parte della Fratellanza fascista. La Fratellanza vorrebbe eliminare la grande cultura egiziana e rimpiazzarla con l’approccio educativo imposto da Hasan al-Banna e i suoi seguaci. Il 10 giugno mi sono unito per solidarietà agli artisti e agli intellettuali in protesta nell’ufficio del ministero della Cultura. Li ho trovati non a schierarsi da parte di questo o quello, né a chiedere poltrone per sé: esercitano solo il proprio dovere di difendere la cultura egiziana dai colpi della Fratellanza. Chi protesta sostiene come milioni di egiziani la campagna dei Tamarod (Ribelli) per togliere la fiducia a Morsi e avere elezioni presidenziali anticipate. Se ami il cinema, il teatro, la letteratura e la musica, il 30 giugno unisciti a noi per salvare la nostra nazione dal governo di un gruppo religioso che, in nome della religione, compie atti che ne contraddicono gli insegnamenti. La democrazia è la soluzione.

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Claudia Avolio

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