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Graffiti sul minareto? Una perla della Tunisia

Foto di Walid Kafi

di Sara Elkamel (Ahram Online 19/08/2012). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

 

Sono ancora fresche le polemiche che hanno attraversato la Tunisia, culla della Primavera Araba, in seguito agli attacchi contro la libertà creativa e l’espressione artistica. L’artista franco-tunisino esperto di graffiti, El-Seed, ha deciso di alleviare la tensione attraverso la sua arte. Armato di pittura, ha completato il murale più grande della Tunisia il 17 agosto scorso, ma ciò che più colpisce è la location trovata: ha dipinto sul più alto minareto del Paese, alla Moschea di Jara, nella città industriale di Gabes.

 

Gabes – dove l’artista è cresciuto – calzava a pennello per il progetto: “Ho scelto di fare lì il mio murale perché la porto nel cuore. Era un po’ che volevo dipingere su qualcosa di Gabes,” dice El-Seed. Dalla sua costruzione nel 1994, il minareto era rimasto immacolato. Ora, quasi un decennio più tardi, porta un messaggio di pace attraverso il colore. Il murale, accolto a braccia aperte dall’imam della Moschea, è stato dipinto su due facciate del minareto, alto ben 57 metri, e incarna in sé un messaggio di tolleranza e rispetto reciproco.

 

“Il punto focale è quello di ispirare le persone ad unirsi e a costruire la propria comunità attorno a un’azione positiva,” prosegue l’artista, “Su entrambe le facciate del minareto è dipinto un verso del Corano che incoraggia la tolleranza, il dialogo, la curiosità dell’Altro”. Tra le polemiche che l’arte ha suscitato di recente, ce ne sono almeno tre: i salafiti che all’inizio dell’anno hanno multato Nabil Karoui, direttore di Nessma Tv, per aver trasmesso il film d’animazione Persepolis, che secondo loro “disturba l’ordine pubblico”.

 

Poi a giugno è stata messa in atto una censura su delle opere d’arte nell’ambito della Printemps des Arts di quest’anno. Infine un paio di settimane fa, un gruppo salafita ha bloccato una piéce teatrale a Mewzel Bourguiba che ai loro occhi avrebbe “urtato la sensibilità della gente e violato i princìpi della legge islamica”. Ognuna di queste diatribe ha spinto El-Seed a rendere una frontiera religiosa uno spazio d’arte pubblico. Il suo progetto non è mirato a decorare la moschea, quanto a rendere visibile l’arte come attore attivo nel processo di trasformazione politica e culturale.

 

El-Seed crede fermamente nell’arte come strumento critico per l’emergente futuro politico della Tunisia. Il suo progetto è finanziato dalla Barjeel Art Foundation (Emirati Arabi Uniti), fondata dal collezionista d’arte Sultan al-Qassemi, secondo il quale “l’arte è in grado di gettare ponti, non solo tra gli arabi ed il resto del mondo, ma anche tra arabi e arabi”. Secondo El-Seed si crede, a torto, che il mondo dell’arte e quello della religione siano in contrapposizione, o per nulla connessi, e il modo in cui i media hanno dato le notizie dei recenti dibattiti contro l’arte mostrerebbero una realtà marginale come qualcosa di molto più diffuso, cosa che a conti fatti non pare vera.

 

“Non ci sono tensioni tra le sette religiose e la comunità artistica,” dice in tal senso. Così l’opera di El-Seed diventa un modo per smantellare le barriere tra le diverse fazioni della società tunisina: una vera e propria sfida. Ma per l’artista è stata anche una sfida personale: “Dipingere su un minareto è qualcosa che non avevo mai fatto prima. Ha messo alla prova i miei limiti fisici, tra design ed esecuzione”. Gli artisti di strada arabi sembrano proprio un fattore cruciale nel processo di transizione della regione verso una libertà e una democrazia più piene. Sono sempre stati in molti, tra loro, ad aver oltrepassato i propri limiti alla ricerca di un dialogo più profondo dettato dalla strada, ed esteso a tutta la società.


Claudia Avolio

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