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Golfo e Hezbollah: quale scenario?

Libano Hezbollah

Di Mona Lisa Fariha. Annahar (02/03/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk.

Se, da un lato, l’Europa tuttora distingue fra le varie fazioni interne delle “milizie di Hezbollah” e classifica come “terroristica” solamente l’ala militare dell’organizzazione sciita libanese, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), invece, ha deciso di considerare il Partito di Dio nella sua interezza una vera e propria organizzazione terroristica, compresi i suoi leader, le sue fazioni e le organizzazioni ad esse affiliate.

Non è la prima volta che l’Arabia Saudita classifica Hezbollah come un’organizzazione terrorista. La differenza è che, adesso, questa decisione viene adottata formalmente anche da altri cinque Stati del Golfo. “La nuova risoluzione del CCG non ci sorprende”, afferma il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, “perché si inserisce nel contesto di un’escalation dei rapporti tra l’Arabia Saudita e l’Iran”. Probabilmente è ciò che serviva per alzare maggiormente la tensione.

Mentre si intensificano le dispute sulla classificazione dei gruppi militanti che operano in Siria, da Riyad giunge questa radicale e provocatoria decisione, per dire che “non vi è un estremismo sunnita cattivo e un estremismo sciita buono […] il fondamentalismo è fondamentalismo e Hezbollah è alla stregua di Al-Qaeda e Daesh (ISIS)”.

Questa decisione arriva a meno di due settimane dall’annullamento delle donazioni dell’Arabia Saudita destinate a finanziare le forze armate e quelle di sicurezza libanesi e il successivo invito dei paesi del Golfo ai loro concittadini a non recarsi in Libano.

Secondo Riad Kahwaji, CEO dell’Institute for Near East and Gulf Military Analysis (INEGMA), la decisione del CCG segna il passo successivo verso l’obbiettivo saudita anti-iraniano, aprendo la strada verso una sistematica campagna di disinformazione in seno ad ogni ente arabo, tra cui la Lega Araba, l’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI) e le varie organizzazioni internazionali a cui partecipano gli Stati del Golfo.

Secondo Christopher Davidson, docente presso l’Università di Durham (UK) e specialista negli affari del Golfo, questa netta presa di posizione del CCG deve considerarsi come “un chiaro cambiamento nella strategia saudita, fino ad ora, focalizzata solo nel tentativo di influenzare il governo libanese e il suo esercito allo scopo di isolare Hezbollah dallo scenario politico e militare” e questa trasformazione decisionale, riprende Kahwaji, “chiude l’era del Golfo come lo conosciamo, sostenuto sempre dall’Occidente per realizzare i propri obiettivi geopolitici regionali”.

Kahwaji sostiene anche che gli Stati del Golfo sembrano ritrovare una innata forza sotto l’effetto di uno shock: “Infatti, dopo il lungo sodalizio che vincolava molti stati del Golfo in un’alleanza, che in realtà, era una sorta di dipendenza dagli Stati Uniti, l’asse di interesse americano sembra spostarsi verso l’Iran, minacciando così gli interessi del Golfo”. L’analista ritiene, inoltre, che le Forze di Mobilitazione Popolare di Teheran in Iraq stiano diventato come una sorta di “legione straniera”, con le sue squadre che combattono in Siria, Iraq e Yemen, mentre gli americani e i russi collaborano con loro.

Se da una parte non si riscontrano, almeno per ora, consistenti effetti finanziari alla storica decisione, le possibili conseguenze militari si inseriscono nell’ambito del “teatrino” geopolitico che coinvolge la regione. “Se da una parte esiste un accordo per il cessate il fuoco in Siria, nonostante le quotidiane violazioni”, aggiunge Kahwaji, “dall’altra sembra proprio che questa intesa possa essere l’incipit per una nuova scena politica che vede la spartizione del territorio, in caso di fallimento della diplomazia. Il processo di spartizione, in qualsiasi forma, richiede comunque la presenza di truppe sul terreno”.

Nel quadro di questo scenario, che emerge dalle dichiarazioni e dalla presenza strategica sul territorio, si intravede la forte possibilità di un intervento via terra dei paesi del Golfo in Siria che porterebbe ad un confronto militare diretto tra l’Arabia Saudita e l’Iran, tenendo a mente, però, l’impasse bellica del Regno nella guerra in Yemen. Kahwaji, ad ogni modo, sostiene che l’unica carenza militare sta nelle forze di terra e questo divario verrebbe colmato grazie a questa alleanza che comprende i paesi arabi e la Turchia. Mentre, per quanto riguarda il supporto aereo, “l’Arabia Saudita possiede la più importante flotta tra i paesi arabi”.

Ogni attore geopolitico protagonista in Siria pretende di ottenere il massimo dalla spartizione della torta e la partita rimane comunque ancora aperta senza possibilità imminente di avvistare uno spiraglio di luce risolutivo.

Mona Lisa Fariha è giornalista per Annahar.

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Roberta Papaleo

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