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Gli yazidi e il caleidoscopio curdo

Kabyle.com (09/08/2014). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Terribile finora il bilancio di Sinjar. Da quando la città è stata conquistata dalle bande dell’ISIS, almeno 3.000 curdi yazidi sono stati massacrati, altri 5.000 catturati, di cui circa 300 donne come schiave-concubine, e 300 tra bambini e anziani sono morti di sete e fame sulle montagne vicine, dove sono ancora bloccate migliaia di civili. Ieri inoltre il ministro iracheno per i Diritti Umani Mohamed Shia al-Soudani ha detto di avere in mano la prova che gli estremisti islamici hanno sepolto vive centinaia di yazidi.

Gli yazidi sono una delle tante anime della regione del Kurdistan (che comprende regioni di Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia) e finora sono rimasti ai margini delle tensioni tra le diverse fazioni politiche. Il loro culto è sincretico, affonda le sue radici nello zoroastrismo ma ha tratti in comune con l’antico cristianesimo orientale (soprattutto con gli gnostici), con il misticismo islamico e la cabala ebraica. Il dio supremo, Yasdan, nonostante sia considerato il creatore del mondo, è un’entità trascendente, quindi impossibile da venerare direttamente. È inoltre un’entità passiva, in quanto non è direttamente artefice e preservatrice dell’essere. La mediazione con il mondo fisico è rappresentata invece da Malak Taus, l’angelo in forma di pavone (animale che nel culto precristiano simboleggiava l’immortalità), entità divina attiva che plasma gli esseri sensibili, una sorta di alter-ego di Yasdan. Uno dei nomi di Malak Taus è Shaytan, che in arabo significa “demonio”, il che è costato a questa minoranza l’appellativo di “devoti del diavolo”. Gli yazidi inoltre credono nella metempsicosi, che costituisce il cammino di purificazione dell’anima. La massima punizione è l’espulsione dalla comunità che comporta l’impossibilità di purificarsi, quindi la condanna della propria anima a trasmigrare in eterno da un corpo all’altro.

Relegati ai margini della società da Saddam Hussein (che tuttavia ne ha imposto la registrazione come arabi per rosicchiare peso demografico ai curdi), dimenticati dal governo iracheno costituito dopo l’intervento a guida Usa degli anni 2003-2011, dal 3 agosto gli yazidi sono nel mirino dell’ISIS., che da allora ha preso il controllo della regione di Sinjar strappandola ai peshmerga. Appena il giorno dopo in loro aiuto sono arrivati i Gruppi di protezione popolare (Ypg), tradizionalmente avversari del governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg) di Massoud Barzani e del Partito democratico del Kurdistan (Kdp). Questi gruppi, braccio armato del Comitato supremo del kurdistan siriano, sono accusati di simpatizzare per il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk, turco) e di appartenere al Partito di unione democratica (Pyd, siriano). Malgrado le loro continue smentite, anche solo l’ipotesi remota di un simile legame terrorizza i paesi vicini, Turchia in primis. Anche perché i Ypg, che negli ultimi giorni hanno conquistato diverse aree del Sinjar con il sostegno di uomini del Pkk, hanno aperto dei corridoi umanitari tra l’Iraq e le regioni da loro controllate in Siria e a Rabia hanno raggiunto successi importanti al fianco dei peshmerga.

“Stiamo vivendo un periodo storico”, ha detto Bese Hozat, esponente del Pkk, esortando i giovani di tutte le fazioni a unirsi alla lotta contro l’ISIS, “questa guerra unificherà i curdi”. Un capo militare dello stesso partito, Murat Karayilan auspica inoltre l’unità curda come unico baluardo contro l’estremismo islamico, ma a condizione di superare ogni contrasto di fazione per organizzare un comando unico. “Siamo pronti a ogni sacrificio”, ha aggiunto, “possiamo farcela insieme”. L’appello alla solidarietà curda oltre le decennali divisioni di partito non riguarda solo i quadri politici e militari, ma anche una fetta sempre più consistente della popolazione, sia in Iraq che in Siria. Qui infatti il Pyd, ideologicamente vicino al Pkk, controlla tutta la zona di confine con l’Iraq, in particolare il valico di Semelka. Inoltre molti degli uomini del Pkk attivi nel Kurdistan turco (in quella regione bombardata dall’aviazione turca a dicembre 2011) da maggio 2013 si sono ritirati nel Kurdistan iracheno, a seguito dell’appello alla ritirata del loro capo storico, Abdullah Ocalan, che sta scontando l’ergastolo nel carcere di Imrali. Questo movimento aveva creato tensioni tra Ankara e Baghdad, che aveva gridato alla violazione della sovranità territoriale irachena, acuendo al contempo l’attrito tra il governo di Barzani e il Pkk.

Indubbiamente l’avanzata dell’ISIS sta spingendo le forze politiche e militari o combattenti curde a superare le divisioni per la difesa della popolazione dall’integralismo islamico. Vale la pena osservare che i peshmerga hanno accettato la battaglia solo da quando è minacciata la loro regione autonoma e il Krg ha dichiarato guerra aperta allo Stato islamico solo dopo la caduta del Sinjar. Non è tuttavia da escludersi che oltre all’autodifesa i movimenti curdi possano trovare l’unità in quello che sempre più curdi (soprattutto in questa fase di forte instabilità) considerano un bene ancora superiore. Il 7 agosto Amir Sharifi, presidente della Società curdo-americana per l’istruzione, con sede a Los Angeles, ha concluso un articolo pubblicato da Rudaw.net con una riflessione: “I partiti politici curdi si piegheranno alla volontà del popolo curdo?” e alla fine “l’unità nazionale è il cammino più promettente verso l’indipendenza e l’incarnazione del sogno dei curdi di uno stato loro”. Che sia per evitare un simile sviluppo, che rischierebbe di tirare Turchia e Iran nell’instabilità regionale, che i bombardieri Usa hanno ricominciato a sorvolare l’Iraq.

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Carlotta Caldonazzo

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