Giordania Zoom

Gli stupratori sposano le loro vittime, ma la società giordana vuole un cambiamento

Di Kamilia Lahrichi. Your Middle East (15/12/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

La Commissione Nazionale per le Donne di Amman è sempre più impegnata nella promozione della rappresentanza femminile nei ruoli al vertice e nell’attuazione della normativa internazionale sui diritti umani, in particolare della Convenzione per l’Eliminazione della Discriminazione contro le Donne.

Il 10 dicembre scorso, la principessa Basma Bint Talal, che presiede tale Commissione, ha esortato i media a promuovere il dibattito su un articolo estremamente controverso del codice penale giordano, il 308. Questo prevede che uno stupratore può ritenersi libero da persecuzioni legali qualora sposi la vittima per almeno 5 anni, altrimenti rischia fino a 7 anni di carcere. La violenza sessuale su minori di 15 anni è invece punibile con la morte.

In Giordania, una donna stuprata ha tre possibilità: essere costretta a sposare il suo aguzzino per preservare l’onore della famiglia, essere uccisa per aver disonorato i propri genitori e parenti o, più raramente, rimanere in vita ma essere disconosciuta da tutti.

Fortunatamente una società civile attiva si batte per l’abolizione di questo articolo. Nel 2012, ad esempio, furono organizzate manifestazioni e petizioni per tre giorni consecutivi sull’onda del terribile stupro di una quattordicenne.

Il ministero della Giustizia registra circa 300 casi di stupro all’anno. Stando ai dati, tra il 2010 e il 2013 ben 159 violentatori sono scampati alla pena sposando le loro vittime. Si tratta di una pratica accettata dalla società giordana, in quanto il valore di una donna dipende esclusivamente dal suo essere vergine: se non lo è, non è considerata pura e quindi non può sposarsi. Per il legislatore giordano, dunque, l’articolo 308 fa in modo che le vittime di violenza sessuale non vengano emarginate dalla società.

L’aspetto ancora più raccapricciante è che se la donna resta incinta, la legge non riconosce il padre biologico a meno che non ci sia un contratto di matrimonio. Il diritto islamico e quello civile nei Paesi musulmani, infatti, discriminano i cosiddetti figli illegittimi.

È fondamentale che la società civile e le organizzazioni per i diritti umani facciano opera di sensibilizzazione rispetto alle leggi che favoriscono gli stupratori e gli omicidi d’onore, in Giordania come nel resto del mondo, perché è questo a fare la differenza. Nel gennaio 2014, in seguito ad un’intesa attività di lobby e di protesta, il parlamento marocchino ha votato all’unanimità per emendare un articolo del codice penale simile al 308 giordano. Anche l’Egitto, dove le donne subiscono molestie sessuali continue, ha eliminato una disposizione simile qualche anno fa.

Nel Corano non ci sono fonti chiaramente a favore del matrimonio forzato tra la vittima e il suo aguzzino. Nemmeno l’omicidio d’onore è una pratica prettamente islamica, bensì è comune in tutto il Medio Oriente, in Afghanistan e in India. Secondo Human Rights Watch, consiste in “atti di violenza – di solito omicidi – commessi dagli uomini di famiglia contro le donne ritenute motivo di disonore, perché rifiutano un matrimonio combinato, perché sono vittime di violenza sessuale, perché chiedono il divorzio o perché commettono (presumibilmente) adulterio”.

Alle donne non è permesso di difendersi in tribunale in quanto nei Paesi musulmani l’omicidio d’onore è ritenuto un affare privato. Le pressioni familiari e sociali, inoltre, solitamente le scoraggiano a cercare soluzioni legali.

Kamilia Lahrichi è una corrispondente estera con base in Argentina.

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Cristina Gulfi

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