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Gli stati arabi romperanno con la Russia?

Annahar (23/07/2012). Traduzione di Carlotta Caldonazzo

La posizione della Russia che non vede di buon occhio la rivolta della maggioranza del popolo siriano suscita indignazione tra buona parte delle popolazioni arabe, che manifesta solidarietà con i ribelli e chiede alla comunità internazionale di sostenerli in modo decisivo. Dall’inizio delle proteste in Siria, il Cremlino ha usato per tre volte il suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per bloccare qualsiasi risoluzione in grado di porre fine all’ingiustizia che i siriani subiscono da decenni. In tal modo ha reso il presidente siriano Bashar al-Assad e il suo staff sicuri di poter insabbiare o frenare la rivolta imponendo il dilagare del caos attraverso il loro esercito, sostenuto da Mosca e da Tehran. L’indignazione dell’opinione pubblica araba ha spinto quindi i vari governi a esortare la Russia a rivedere la sua posizione, mentre diverse voci si sono levate a favore dell’interruzione delle relazioni diplomatiche ed economiche con il Cremlino.

Nessuno stato arabo tuttavia ha mai esaudito queste richieste, non tanto perché la posizione russa sia condivisa quanto ad esempio perché Mosca, nonostante non sia più una superpotenza, ha conservato una considerevole forza militare ed economica che le assicura un posto di rilievo negli organismi internazionali. Soprattutto se si tratta di dirimere controversie delicate. In secondo luogo la Russia non è povera, nonostante le rivolte arabe e i vantaggi economici e strategici che potrebbe trarre da relazioni privilegiate con quei paesi. I problemi che ha vissuto al tempo dell’Unione Sovietica o dopo la sua disgregazione non sono stati determinati da mancanza di risorse. Anzi, il regime sovietico ha scelto di destinare la sua ricchezza alla

guerra fredda con gli Stati Uniti invece che nel miglioramento della qualità della vita dei suoi cittadini. Successivamente, la transizione caotica verso l’economia di mercato ha permesso agli squali di sfruttare risorse e rivolte, oltre al rapido cambiamento da parte dei maggiori detentori di ricchezze del mondo. In terzo luogo per interrompere le relazioni con la Russia i paesi arabi avrebbero bisogno di chiedere il parere (se non il permesso) all’alleato Usa, un’ipotesi che oggi non sembra plausibile e nessuno sa se lo sarà in futuro. Infine i paesi arabi non hanno interrotto i loro rapporti con Washington, che pure ha esercitato più volte il suo diritto di veto in sede Onu a proposito dei tentativi di risolvere la situazione della Palestina, questione che ad essi sta molto a cuore. Perché dunque dovrebbero interromperli con la Russia, che invece ha sostenuto la loro causa? O meglio, come giustificherebbero una simile presa di posizione di fronte ai loro popoli?

Ciò non significa che i paesi arabi non faranno il possibile per sostenere la rivolta del popolo siriano contro il regime di al-Assad, anzi i recenti sviluppi delle proteste hanno dimostrato che il loro appoggio è quasi totale, soprattutto nel caso delle monarchie del Golfo, che si sono impegnate a fornire l’assistenza necessaria. In particolare l’Arabia Saudita, nota per il suo conservatorismo, per la sua abilità nell’evitare i confronti diretti con i suoi avversari e per il suo impegno nel rispondere alle minacce con mezzi “migliori” (ad esempio il denaro). Riyadh infatti ha assunto un ruolo guida nel fronte arabo, o meglio islamico, dei fautori della rivolta siriana a livello politico, militare, logistico, finanziario, nonché in sede internazionale, fino alla caduta di al-Assad. Un impegno non dettato dalla considerazione degli interessi e dei diritti del popolo siriano (o almeno non solo da questo), quanto piuttosto dal timore della monarchia saudita e dei suoi alleati dell’eventuale infiltrazione dell’Iran sciita nel cuore del mondo arabo. Una minaccia, secondo loro, all’identità, al tipo di religione e al ruolo politico dei paesi arabi. Chi conosce l’Arabia Saudita ha già toccato con mano la sua pervicacia quando il re Abdullah bin Abdulaziz ha nominato il principe Bandar bin Sultan direttore dei servizi di intelligence, qualche mese dopo la sua nomina alla presidenza del Consiglio della sicurezza nazionale. Pochi sanno che Bandar in passato era a capo della corrente antisiriana in Libano almeno dal 2005 ed è tuttora il maggior alleato degli Usa, dove ha trascorso 22 anni della sua vita come ambasciatore saudita.


Carlotta Caldonazzo

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