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Gli intellettuali egiziani sapranno affrontare la loro crisi?

egitto, tamaroddi Youssef Abdelaziz (AlHayat 24/06/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Il sit-in di protesta che scrittori ed intellettuali egiziani portano avanti nell’edificio del ministero della Cultura giunge come segno di speranza lungo la via del ravvivamento culturale in Egitto. Segno, anche, di tutela da gravi frane che la cultura potrebbe subire. Quel che sta accadendo in Egitto potrebbe trasmettersi al resto dei Paesi arabi e spingere gli intellettuali arabi a difendere se stessi e le proprie conquiste. Nelle rivolte di tre anni fa, invece, il ruolo degli intellettuali arabi non era (salvo eccezioni) neppure menzionato, pochi erano i segnali a sostegno pubblicati qua e là. In effetti si era venuta creando una cassa di risonanza del vuoto a livello di efficienza culturale e dell’impatto che la cultura poteva assumere sulla vita pubblica. Forse ciò che ha portato a un tale vuoto è la frammentazione dell’istituzione culturale araba, con l’assenza di tradizioni che mettano in luce la cultura nell’era dello Stato arabo di polizia.

In passato, la cultura veniva relegata ai margini tout court, e chi esamini questo aspetto vedrà chiaramente la drammatica situazione nel cui spettro languivano gli intellettuali arabi. Sono stati arrestati! Ad alcuni è stato proibito di viaggiare! Ad altri hanno confiscato i libri e li hanno condotti in tribunale! Non dobbiamo tralasciare, qui, il caso dell’ostilità implicita presso le categorie popolari anti-intellettuali. Li aspettavano al varco e scorgevano nei loro libri una sorta di blasfemia! Ciò ha portato a una serie di attacchi ai loro danni. Forse l’esempio ad hoc è l’episodio vissuto dal grande romanziere Naguib Mahfouz nel 1994. Il giovane accusato, interrogato, disse che ce l’aveva col romanzo di Mahfouz dal titolo Awlād ḥāratinā (I ragazzi del nostro quartiere). Quando gli venne chiesto qualcosa sul romanzo, replicò che non l’aveva letto: venne fuori che era proprio analfabeta, e che qualcuno gli aveva ordinato di compiere l’orrendo misfatto.

Nel frattempo, le unioni e i legami degli scrittori arabi – creati negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso – stavano tentando di trovare locazione nella vita culturale araba. Ma i mezzi rudimentali di cui si servivano, la mancanza di fondi necessari dell’industria della Cultura, le rivalità prevalse tra le loro file, e il sistema che lottava contro di loro hanno prodotto luoghi mummificati che non hanno nulla da offrire. Se passiamo ai ministeri della Cultura arabi, non riscontriamo migliorie. Spesso i ministeri sono stati consegnati come premi di consolazione a gente che non aveva nulla a che fare con la cultura. Medici, ex-funzionari della sicurezza, al massimo accademici che studiavano all’università ma a cui non stava a cuore una cultura produttiva.

Oggi gli intellettuali arabi vivono una condizione di grave perdita. Può darsi che le fratture provocate dalle rivoluzioni, col settarismo che vi si è aggirato, abbiano scosso dal torpore gli intellettuali, gettandoli sulla scena. Le masse che hanno provocato tali rivoluzioni sono uscite dall’era del singolo dittatore per entrare nell’era della dittatura di gruppo! In ambito culturale alla luce di queste nuove dittature, non si tratta più di qualcuno che cerca di impedire l’uscita di un libro o di arrestare uno scrittore. Si respira semmai una minaccia rivolta alla vita culturale nel suo complesso. Negli ultimi tre anni si sono registrati molti casi di aggressioni alla cultura e agli intellettuali, in Tunisia, Egitto, Siria, Yemen e Giordania. Al culmine ci sono state le decapitazioni della statua di Abu ‘l-Ala al-Ma’arri in Siria e della statua di Taha Hussein in Egitto.

Sono gesti che portano un messaggio simbolico: il profondo desiderio degli aggressori di reprimere la Cultura araba coi suoi simboli antichi e contemporanei. Può darsi che gli intellettuali egiziani riusciranno a mandare via il ministro della Cultura, ma questo non sarà che un primo passo sul duro cammino della lotta e del lavoro sodo che li attende insieme agli altri intellettuali arabi. Alla luce della deteriorante situazione che minaccia non solo la cultura, ma il futuro della civiltà della nazione araba. Quanto sta accadendo in Egitto potrebbe essere modello per un nuovo inizio improntato sulla qualità, percorrendo la strada del confronto culturale. E potremmo vedere farsi avanti nuove istituzioni che si occupino della cultura.

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Claudia Avolio

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