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Gli arabi e la nuova era Trump

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Il presidente americano ha lanciato la sfida: spetta a noi scegliere se allearsi a o sbarazzarsi di lui nel più breve tempo possibile

Opinione di Al-Quds. Al-Quds al-Arabi (21/01/2017). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Il nuovo presidente americano, Donald Trump, ha iniziato il suo primo giorno alla Casa Bianca sulla scia di grandi proteste che hanno unito migliaia di americani segnando un calo di popolarità pari al 32%, mentre Barack Obama ha concluso il suo ultimo giorno raggiungendo una popolarità di circa il 61%. Il calo di popolarità di Trump è evidente anche all’interno del Partito Repubblicano di cui fa parte e tra personalità a lui avverse quali Marco Rubio, John McCain e Paul Ryan.

Trump inizia il suo mandato presidenziale portandosi dietro una lunga lista di scandali politici e di sicurezza, misti a violenze sessuali, violazioni finanziarie e legali che vedono coinvolti paesi come l’India, l’Indonesia e le Filippine senza dimenticare i suoi affari con la Russia. Quest’ultima, insieme ad Israele, sono gli unici a festeggiare la sua presidenza e difendere la sua “legittimità”.

Molti analisti si aspettano che proprio questa miscela esplosiva di scandali finanziari, politici e sessuali possa rappresentare una trappola per Trump e toglierli quindi l’immunità, come avvenuto all’epoca con Bill Clinton coinvolto nello scandalo Lewinsky.

Nonostante ciò, molti Paesi arabi hanno subito preso l’iniziativa e hanno seguito lo stile Trump mescolando così affari e politica. Se da una parte il Bahrein ha confiscato le catene di hotel del nuovo presidente nel Paese, dall’altra parte, gli Emirati hanno avviato un programma di partenariato di circa due miliardi di dollari. A seguire l’Egitto, nelle vesti del presidente Abdel Fattah al-Sisi, che ha incontrato Trump lo scorso settembre durante la riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando i Fratelli Musulmani – i cui leader restano in carcere – come una minaccia pericolosa per il mondo intero.

Ricordiamo che l’agenda del presidente Trump durante la sua campagna elettorale ha sollevato molte preoccupazioni proprio per quanto riguarda la regione araba, a partire dalla sua proposta di introdurre norme volte a controllare i musulmani d’America come se fossero criminali e a vietare a qualsiasi musulmano al di fuori del Paese di farvi ingresso previa valutazione delle sue ragioni di soggiorno. In più, ha anche accennato di trasferire l’ambasciata di Washington da Tel Aviv a Gerusalemme, una mossa che reca con sé un misto di pregiudizio, tirannia e violenza contro i musulmani e i cristiani nella regione araba e nel mondo.

Gli arabi non potranno tirarsi indietro o ignorare di dover trattare con l’amministrazione Trump, ma potranno scegliere se collaborare con il nuovo presidente o liberarsi di lui nel più breve tempo possibile.

L’era Trump dividerà sul piano arabo e mondiale i suoi alleati e sostenitori dai suoi avversari, manifestanti e trasgressori pronti a difendere questioni relative al cambiamento climatico, ai diritti umani e delle donne, e giustizia. Trump ha lanciato la sua sfida, spetta ora a noi scegliere.

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