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Gli arabi e i musulmani americani trovano voce nelle proteste di Ferguson

Di Joyce Karam. Al-Arabiya (10/12/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Da Ferguson a New York, bandiere palestinesi e cartelli con slogan in arabo contro il razzismo e per l’unità si sono visti numerosi nelle proteste contro l’uccisione da parte della polizia di Michael Brown e Eric Garner. Da un lato, queste proteste mostrano la lotta comune che molti arabi, musulmani e afroamericani conducono contro il razzismo, il pregiudizio e la discriminazione; dall’altro, esse colmano il divario che per molto tempo ha tenuto separate queste comunità.

Margari Aziza Hill, co-fondatrice e attivista dell’organizzazione per la lotta al razzismo Muslim Arc, afferma che gli attacchi dell’11 settembre 2011 sono stati “una sveglia” per le comunità arabe e musulmane. Le politiche statunitensi relative alla sorveglianza delle moschee o al controllo delle organizzazioni studentesche musulmane hanno spinto verso “un impegno più attivo nelle questioni legate alle libertà civili” da parte della comunità. “Ha posto l’accento sul fatto che siamo tutti parte dello stesso quadro in questa lotta”, dice Aziza Hill. In un certo senso, secondo la Hill, ciò ha prodotto una maggiore empatia della comunità nei confronti dei fatti di Ferguson, aggiungendo che “il profiling razziale è lo stesso sia che si tratti di un musulmano in aeroporto che di un afroamericano per strada”.

Sono più di 3 milioni gli arabi americani che oggi vivono negli USA e circa due milioni i musulmani. Nel 2012, l’FBI ha registrato 130 casi di crimini di odio (crimini legati alla discriminazione razziale, religiosa, etnica o sessuale, ndt) contro i musulmani, con rispetto ai 32 registrati nel 1999. Il cambiamento è stato avvertito anche in un altro senso: i musulmani “non sono più percepiti come degli stranieri”, ma piuttosto “come una minoranza con preoccupazioni e problemi propri”. Più di un quarto dei musulmani negli Stati Uniti sono afroamericani e tra di essi figurano personaggi chiave della società statunitense come l’attivista Malcolm X, il pugile Muhammad Ali e Keith Ellison, primo membro musulmano del Congresso americano.

Gli eventi di Ferguson, poi, giocano un ruolo speciale soprattutto per coloro che hanno origini palestinesi. Secondo Warren David, attivista all’interno della comunità arabo-americana e presidente dell’organizzazione Arab Detroit, sostiene che molti palestinesi-americani che “sono in prima fila contro l’oppressione in Cisgiordania e Gaza, sono in strada per protestare contro le uccisioni di Michael Brown e Eric Garner”, aggiungendo che “le nuove generazioni di arabi-americani si sono assimilate meglio all’interno della società statunitense”. Il Palestinian Community Network americano e il St. Louis Palestine Solidarity Committee sono due tra le più attive organizzazioni arabo-americane e musulmane nelle proteste di questi giorni.

La lotta contro le azioni della polizia toccano il cuore di molti giovani arabi che vivono negli Stati Uniti e che sono fuggiti dai regimi autoritari dei loro Paesi natii. Ad ogni modo, sia Aziza Hill che David Warren credono che il problema negli Stati Uniti vada oltre la causa sintomatica delle azioni della polizia. Benché sottolineino l’importanza di una riforma nel sistema di polizia, entrambi considerano i problemi strutturali nell’istruzione, lo scarso dialogo interculturale e la povertà come fattori altamente influenti sulla discriminazione e il pregiudizio. Per ora, i musulmani e gli arabi schierati al fianco della comunità afroamericana è il primo passo di un lungo cammino verso la concessione di più diritti a queste comunità.

Joyce Karam è la corrispondete a Washington per il quotidiano Al-Hayat.

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Roberta Papaleo

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