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Gli accordi di Astana non avranno lunga vita

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Un solo accordo, obiettivi diversi: la fragile intesa che sancisce la fine delle ostilità in Siria si basa sugli interessi divergenti dei tre principali firmatari

Di Hassan Hayder. Al-Hayat (11/03/2017). Traduzione e sintesi di Antonia M. Cascone.

Appena due mesi fa, Bashar al-Assad rifiutava la proposta della creazione di aree cuscinetto, avanzata in maniera criptica da Donald Trump, fino a che la stessa proposta non è giunta dal leader russo Vladimir Putin, con il sostegno dell’Iran. Lo scorso 10 febbraio, Assad ha respinto la proposta definendola “non attuabile prima dell’eliminazione del terrorismo e del raggiungimento di uno stato di sicurezza e stabilità in Siria”; eppure tre giorni fa il ministro degli Esteri siriano Walid al-Moualem ha siglato ad Astana un accordo con il quale il suo Paese si impegna a creare quattro zone cuscinetto, con il patrocinio di Mosca, Ankara e Teheran, pur sottolineando che “non interromperà la guerra alle organizzazioni terroristiche”.

Non si sa da dove venga la proposta di Trump, ma è chiaro che Putin abbia colto al volo la sua idea, o forse vi era dietro fin dall’inizio, esponendone però una versione un po’ diversa. Tuttavia, oltre al pericolo che la posizione degli Stati Uniti possa cambiare, soprattutto in seguito all’incontro di Trump con Lavrov, sembra che anche le posizioni di Russia, Turchia e Iran siano temporanee, soggette a fluttuazioni a seconda degli interessi specifici di ciascuna di loro.

La Russia ritiene che l’accordo le consentirebbe di assicurare il suo ruolo e i suoi interessi in Siria, garantendo il suo coinvolgimento nella missione americana per la soppressione di Daesh (ISIS) dalla sua roccaforte di Raqqa, così che gli Stati Uniti non si prendano da soli il merito della sua eliminazione, dopo averle impedito di partecipare alla lotta all’organizzazione in Iraq. I russi credono inoltre che il loro piano possa dare la possibilità alle forze di Assad di riorganizzare le proprie posizioni nelle regioni il cui controllo è ritenuto “utile”, continuando a mirare ad alcune aree con il pretesto della lotta al terrorismo. Mosca sa che i negoziati per arrivare a una soluzione politica si protrarranno abbastanza da cambiare i ruoli e modificare la situazione sul campo, con alta probabilità di scontri tra opposizione ed estremisti.

Per quanto riguarda la Turchia, che sostiene le fazioni dell’opposizione, Ankara ritiene che il suo intervento e la sua influenza saranno più agevolati al nord della Siria: i suoi tre milioni di profughi siriani, che si presuppone si sposteranno verso l’area cuscinetto tramite l’area occupata dall’esercito turco, andranno a creare una zona di maggioranza araba nelle regioni curde al confine con la Turchia, cosa che allontanerebbe ogni possibilità di autogoverno. Ankara si avvicina alla posizione di Mosca anche a causa della sua forte insoddisfazione per il sostegno di Washington alle Unità di Protezione Popolare (YPG) curde, accusate di essere un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il risentimento è aumentato in seguito alla decisione di Trump di armare queste entità, che assurgono dunque al ruolo di forza fondamentale nell’attacco a Raqqa.

L’Iran, dal suo canto, con il timore di una mossa statunitense che tagli la strada al rifornimento via terra con le milizie di Hezbollah, ha bisogno di rafforzare la sua alleanza con i russi per meglio assimilare l’assalto di Trump e la sua intenzione di ridurre il ruolo americano in Siria. Il Paese ha bisogno, inoltre, placare i fronti di combattimento nei quali è impegnato, per riprendere fiato, alla luce, in particolar modo, della crescente minaccia israeliana e degli attacchi ai suoi depositi di armi in territorio siriano. Per questo accetta temporaneamente l’accordo, in attesa di ulteriori sviluppi.

Se gli obiettivi di ciascuna parte coinvolta nell’accordo di Astana sono così diversi gli uni dagli altri, ciò significa che il suo successo si basa sulla capacità di continuare a servire obiettivi quasi divergenti, e che il cambiamento di uno qualsiasi di questi obiettivi potrebbe minare profondamente la sua validità.

Hassan Hayder è giornalista, scrittore ed editorialista del quotidiano panarabo Al-Hayat.

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