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Gerusalemme in fermento: la terza intifada è già iniziata?

Di Mahmoud Jaraba e Lihi Ben Shitrit. The Daily Star Lebanon (17/11/2014). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Nelle ultime settimane, gli scontri tra manifestanti palestinesi e polizia israeliana a Gerusalemme Est sono diventati di routine, tanto da spingere gli analisti a considerare l’ipotesi che forse la terza intifada è finalmente sopraggiunta.

Le ultime proteste – e i tre attacchi separati nel mese di ottobre e agli inizi di novembre da parte di militanti isolanti di Gerusalemme Est aventi come target civili e militari israeliani – sono apparentemente una risposta alla volontà di Israele di cambiare lo status quo di al-Haram al-Sharif, noto agli israeliani come il Monte del Tempio. In realtà già nel corso dell’ultima decade, i gruppi ebrei di destra hanno favorito una presenza ebraica nel sito senza incontrare ostacoli da parte dei funzionari governativi.

Tuttavia, anche se in superficie la questione di al-Aqsa evoca forti sentimenti religiosi, le radici della violenza attuale si trovano nella trasformazione delle condizioni economiche e politiche a Gerusalemme Est.

La città, che una volta era il fulcro economico e politico di tutta la Cisgiordania, a partire dalla Seconda Intifada è stato sempre più isolato. Il muro di separazione ha reso difficile per i palestinesi della Cisgiordania poter viaggiare per la città. Israele, poi, ha chiuso le istituzioni e gli uffici dell’Autorità Palestinese e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina presenti nella città, indebolendo la società civile, un tempo vibrante, di Gerusalemme Est. Inoltre, la leadership israeliana di destra della municipalità di Gerusalemme ha deliberatamente trascurato i quartieri di Gerusalemme Est, nella speranza di mettere i palestinesi nella condizione di doversene andare.

Il governo israeliano è consapevole del fatto che la tensione intorno ad al-Aqsa potrebbe innescare la violenza locale e riflettersi altrove nella regione. La Giordania ha richiamato il suo ambasciatore da Israele per una consultazione ed ha annullato le celebrazioni per il 20° anniversario del trattato di pace con Israele. Persino l’Egitto ha condannato la gestione israeliana della questione.

Netanyahu si trova in una posizione difficile. Da un lato, capisce che alterare lo status quo e tutte queste tensioni causano ad Israele un gran mal di testa internazionale. D’altra parte, il marchio politico di Netanyahu si basa proprio su sicurezza e fermezza contro il terrorismo.

Le condizioni attuali sembrano rispecchiare le circostanze che portarono all’intifada di al-Aqsa nel 2000. Tuttavia, alcuni analisti palestinesi sostengono che questa prossima “intifada” è destinata a rimanere confinata a Gerusalemme, senza quindi trasformarsi in una rivolta popolare diffusa su tutti i territori occupati. Secondo loro, a causa della paralizzante frammentazione territoriale e politica dei territori palestinesi, i casi di violenza saranno isolati.

La guerra devastante a Gaza, per esempio, non è riuscita a generare una rivolta popolare in Cisgiordania. La separazione che la politica israeliana ha imposto ai territori occupati ha frammentato la società palestinese a tal punto che coordinare una risposta popolare unitaria è incredibilmente difficile.

Ciò che è più probabile che accada è un aumento degli attacchi isolati, non coordinati e sporadici compiuti dai palestinesi attraverso i territori. Ma anche se la mobilitazione di massa e gli scontri non si diffondono in Cisgiordania, ciò che sta accadendo a Gerusalemme, già a partire dalla scorsa estate, merita il nome di “intifada“.

Lihi Ben Shitrit è un’assistente universitaria presso la Scuola di Relazioni Pubbliche e Internazionali dell’Università della Georgia.

Mahmoud Jaraba è ricercatore presso l’Erlangen Centre for Islam and Law in Europe (EZIRE), in Germania. È autore di Hamas: Tentative March Toward Peace (Ramallah: Centro Palestinese per la politica e la ricerca, 2010).

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Roberta Papaleo

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