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Da Gerusalemme a Gaza verso una “soluzione regionale”

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Riconoscere la Striscia di Gaza come Stato ed entità palestinese: è questa una parte della soluzione di pace ideata dal premier Netanyahu che non trova però alcuna corrispondenza nella legislazione internazionale

Di Mahmoud al-Ramawy. Al-Araby al-Jadeed (01/07/2017). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Di recente la stampa israeliana si è preoccupata degli sviluppi attuali e futuri nella Striscia di Gaza, che si muove verso la separazione dallo Stato ebraico, malgrado l’assedio via terra, mare e cielo che continua dall’occupazione nel 2005. Non è un segreto che l’occupazione israeliana mira a deviare lo sguardo dei palestinesi verso la Striscia di Gaza al fine di trovare qui un elemento di appartenenza allo Stato palestinese, rappresentato ad esempio nella componente politica.

Di recente, mentre la stampa isrealiana era intenta a discutere della differenza tra il movimento Fatah da una parte e il movimento Hamas dall’altra, nonché dell’indebolimento dela leader Mahmoud Abbas a Gaza e Ramallah, Benjamin Netanyahu ha fatto visita lo scorso 29 giugno all’insediamento di Beit El che dista alcuni chilometri dal Quartier Generale dell’Autorità Palestinese, dove ha rivendicato che tale insediamento “rimarrà parte del territorio israeliano”. Beit El non dista da Ramallah se non 15 chilometri, dove le autorità colonizzatrici continuano, quasi ogni giorno, a commmettere atti di violenza e razzismo, tra cui l’attacco alla moschea Al-Aqsa vietando la preghiera agli abitanti di Gerusalemme, comprese le donne e la profanazione del sacro Corano. La città di Gerusalemme – luogo sacro per musulmani e cristiani, nonché profondo orgoglio nazionale per i suoi abitanti – è quel che lega i palestinesi alla loro città di generazione in generazione, da secoli. Se non verrà garantito il diritto dei palestinesi nella propria città, e in generale in Cisgiordania, e risolta la questione dei rifugiati così come quella dei confini secondo la legislazione internazionale, il conflitto non avrà fine.

Per quel che riguarada Abbas e i tentativi di indebolirlo, ad essere incriminata è soprattutto l’inerzia ad affrontare il tema dell’occupazione, dissociandosi da manifestazioni tanto contro l’insediamento quanto contro le restrizioni del suo mandato sul territorio e sui suoi abitanti, ovvero in quelle aree classificate come zone A. Malgrado la forza esercitata dai colonizzatori e la continua deturpazione di città e villaggi, il presidente Netanyahu non vede in tali azioni un ostacolo al processo di pace.

Il ricercatore israeliano Modkhai Kidar, del Centro Begin-Sadat sugli studi strategici dell’Università di Bar-llan, ha affermato la necessità di “riconoscere la Striscia di Gaza come uno Stato, in quanto tale è la situazione da dieci anni”. Un pensiero che comprende la tendenza israeliana e quella dello stesso Netanyahu racchiusa nel concetto di soluzione regionale multilaterale che lo stesso presidente si appresta a presentare al suo corrispondente americano, Donald Trump, mediante il quale si preserva la città di Gerusalemme araba a capitale dello stato israeliano, confinando i palestinesi negli Stati arabi, e proteggendo il controllo del Golan.

Ne deriva tuttavia che una simile iniziativa di pace non trova alcun riferimento nelle decisioni legislative internazionali né nelle disposizioni di diritto internazionale.

Mahmoud al-Rimawy è uno scrittore e commentatore politico giordano-palestinese.

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