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Gaza: Il ciclo distruzione-ricostruzione deve cessare

Di Rachel Shabi. Al-Jazeera (10/08/2014). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

A Gaza la terribile scala di distruzione è solo all’inizio. L’offensiva militare di Israele ha livellato la Striscia palestinese: interi quartieri ridotti in macerie, migliaia di case distrutte e almeno 65.000 persone senza tetto. Scuole, ospedali, moschee, un’università, un impianto di depurazione, l’unica centrale elettrica della Striscia e decine di fabbriche sono state colpite.

Se la rovina materiale sfugge alla comprensione, il costo umano è quasi indicibile: ad oggi 1.911 morti, con i dati delle Nazioni Unite attestanti che tre quarti delle vittime sono civili, tra questi 429 bambini. Quasi 10.000 feriti – alcuni dei quali disabili per tutta la vita – tra cui 2.000 bambini.

Ma ciò che rende questa tragedia ancora più scioccante è che Gaza già ha vissuto tutto questo. Più volte. Stiamo assistendo al più recente e punitivo round di un ciclo catastrofico per cui le case, e le vite, pestate vengono ricostruite grazie agli aiuti internazionali solo per essere distrutti di nuovo qualche anno dopo. Le agenzie umanitarie temono lunghi ritardi nella ricostruzione a causa delle restrizioni israeliane sui materiali cui è consentito l’ingresso nella Striscia di Gaza.

Inoltre, non basta che la comunità internazionale dia degli aiuti – che di fatto creano degli ostaggi delle nazioni donatrici dal momento che la loro assistenza, seppur vitale, lascia il paese portatore di distruzione fuori dai guai. Così per decenni, una società ricca di risorse e capacità, che potrebbe camminare comodamente sulle proprie gambe, è stata costretta a dipendere dagli aiuti per nessun altro motivo all’infuori della soffocante occupazione israeliana – e la mancanza di volontà politica da parte della comunità internazionale.

Di volta in volta i palestinesi hanno detto che ciò di cui hanno bisogno è la difesa, non gli aiuti. E questa richiesta è il motivo per cui Hamas e l’Autorità palestinese hanno posto la fine del blocco di Gaza al centro dei negoziati per il cessate il fuoco che si svolgono al Cairo. Non è solo perché gli sforzo profusi nella ricostruzione saranno vani senza un flusso di materiali, ma anche perché Gaza non sarà autosufficiente fino a quando la sua gente ed i suoi prodotti non potranno muoversi liberamente attraverso le frontiere.

Sul terreno, anche le agenzie umanitarie, sollecitano la fine dell’assedio. Sabato, Chris Gunness, portavoce dell’UNRWA, ha detto di riconoscere le preoccupazioni di natura securitaria nutrite da Israele, ma ha aggiunto: “Non possiamo ricostruire [Gaza] con le mani legate dietro la schiena. Il blocco deve finire”.

Otto anni di un blocco devastante su Gaza, otto anni intervallati solo da tre round di guerra martellante: un tempo molto lungo in cui suscitare l’attenzione dei politici di tutto il mondo.

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Ilaria Antoniello

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