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Il futuro di al-Fatah: movimento di liberazione o partito di potere?

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I giochi di potere che allontanano al-Fatah dalla questione palestinese

Di Hani al-Masri. As-Safir (22/11/2016). Traduzione e sintesi di Laura Formigari.

Il 29 novembre è in programma la settima conferenza di al-Fatah, anche se continua il dibattito intorno a un suo eventuale rinvio che potrebbe verificarsi per motivi di sicurezza pubblica o per l’assenza dei membri provenienti da Gaza e dall’estero.

Il motivo del dibattito ruota intorno alla natura di al-Fatah che potrebbe riproporsi in Cisgiordania come un partito di potere più che come movimento di liberazione nazionale. Alla conferenza non parteciperanno Mohammed Dahlan e il suo gruppo anche se la loro partecipazione era un requisito stabilito dal Quartetto per il Medio Oriente e non aver rispettato questo parametro ha avuto forti ripercussioni in varie capitali arabe. Quindi l’argomento dominante è, purtroppo, la composizione dei partecipanti alla conferenza, chi viene confermato e chi escluso come Dahlan e il suo gruppo, tra cui vi sono membri del Consiglio Legislativo e del Consiglio Rivoluzionario del movimento. Si aggiunge a questo anche una disputa irragionevole e in netta violazione dei principi democratici sul proibire la partecipazione alla conferenza ai membri eletti a livello regionale.

Ciò che distingueva al-Fatah era il fatto di essere un grande movimento al punto che, in passato, si diceva che ogni palestinese, anche se non coinvolto direttamente, non appartenesse a nessun’altra fazione se non essa. Questo è ciò che ha fatto diventare al-Fatah il movimento del popolo palestinese ampliando la voce di varie correnti nazionali, religiose e di sinistra; opprimendo i suoi membri si è trasformato, tuttavia, in un partito di potere con un processo iniziato dalla firma degli accordi di Oslo.

C’ è ancora un barlume di speranza che la prossima conferenza possa essere l’occasione per far ritornare al-Fatah al suo spirito originario riesaminando la natura del suo potere, la sua funzione e i suoi doveri in un momento in cui, questo potere, è diventato un agente dell’occupazione e non del popolo, un meccanismo che agisce sotto l’autorità israeliana senza alcun orizzonte politico e che ha fallito nel piano di porre fine all’occupazione e creare uno Stato indipendente. Il piano politico di al-Fatah non è stato ancora discusso ma messo a punto dal comitato politico e quindi non costituisce il punto cardine della conferenza, ma un “accessorio” e questo non vuol dire altro che il peggioramento delle nostre condizioni di vita.

Le responsabilità non sono solo del presidente Mahmoud Abbas e delle leadership palestinese, ma di tutti quelli che si lamentano perché il loro nome non è sulla lista dei partecipanti alla conferenza e che tralasciano il punto più importante: la Palestina ha bisogno di formare un fronte di salvezza nazionale aperto a tutti, ad al-Fatah e ad altre fazioni, ai palestinesi a casa e nella diaspora, perché la questione palestinese è in pericolo e non ci si può più permettere il lusso di perdere tempo.

Hani al-Masri è un giornalista palestinese e direttore del Masarat, il Centro Palestinese per la Ricerca Politica e gli Studi Strategici.

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