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Tra follia e realtà: Hassan Blasim e le sue short stories

Chi tra di voi conosce questo blog e ha già letto qualcuno dei miei articoli penso che abbia ormai capito che ho una passione per la letteratura irachena. In particolare per le short stories di autori iracheni.

Tutte le atrocità che questo popolo ha dovuto sopportare da oltre mezzo secolo, tra colpi di Stato interni, guerre con nazioni vicine e lontane, rivendicazioni terroristiche e occupazioni straniere, hanno prodotto degli scrittori con una sensibilità e una visione delle realtà che per me sono uniche. Ovviamente non vale per tutti gli autori che hanno avuto i loro natali in quell’angolo di mondo, né penso che la loro produzione sia frutto unicamente delle difficoltà che hanno subito, però, trovo spesso caratteristiche comuni nella loro produzione, tra cui un’ossessione per il loro passato (e purtroppo anche presente) così nefasto.

Hassan Blasim non ha fatto altro che confermare la mia teoria ancora una volta.

Nato a Baghdad nel 1973, la sua famiglia si è trasferita quando lui era ancora piccolo a Kirkuk, città dove la resistenza curda, repressa dal regime di Saddam Hussein, era molto forte. Successivamente è tornato nella capitale per studiare all’Accademia di Arte Cinematografica. Dopo aver ricevuto premi e riconoscimenti per due suoi film, nel 1998 lascia Baghdad per spostarsi nel Kurdistan iracheno e poter così continuare l’attività di regista senza temere per l’incolumità sua e dei suoi cari, adottando uno pseudonimo. Nel 2004, però, dopo l’uscita de “The Wounded Camera”, girato proprio in quelle zone, è costretto ad abbandonare il paese a causa di possibili ritorsioni, giungendo in Finlandia come rifugiato, dove vive tutt’ora.

Un artista poliedrico, quindi, che produce opere sia attraverso le immagini che con le parole, scelte accuratamente e sapientemente per far immergere il lettore in questo mondo tutto particolare.

hassan blasim sirenteIn italiano è reperibile la raccolta “Il matto di piazza delle Libertà” tradotto Barbara Teresi per la casa editrice Il Sirente, sotto la collana Altriarabi nel 2012. Certamente non è adatto a chi è alla ricerca di una lettura leggera e poco impegnativa, bensì è perfetta per chi cerca emozioni forti e introspezione nell’animo umano, quello più basico, primitivo e bellissimo che viene fuori nei momenti più difficili.

L’attualità di queste short stories, purtroppo, è una delle caratteristiche che più mi ha scioccato. Molte girano intorno alla fuga del paese natale e al viaggio, spesso clandestino, per arrivare alla tanto sognata Europa. Un esempio è il racconto “La valigia di Alì”, che racconta le peripezie di Alì, appunto, che adesso si trova in un centro d’accoglienza italiano, dopo un viaggio estenuante dall’Iraq passando per la Turchia e la Grecia. Un percorso non molto diverso da tutti gli iracheni che fuggono dal sedicente Stato Islamico e dai siriani che cercano di salvarsi, emigrando.

Allo stesso tempo, anche la follia gioca un ruolo importante nella produzione di Hassan Blasim, proprio come suggerisce il titolo dell’opera. Il narratore stesso è, in molte occasioni, il pazzo, colui che non viene creduto perché racconta fatti assurdi. Ma forse sono talmente assurdi da poter sembrare reali.

Le tecniche narrative sono le più varie, così come la lunghezza delle short stories, ma molte finiscono con un colpo di scena, spesso macabro, che lascia un sapore amaro in bocca.

Dello stesso autore è stata pubblicata un’altra raccolta, che però non è stata ancora tradotta in italiano, ma che in inglese si intitola “The Iraqi Christ”, il Cristo iracheno. Qui, l’autore mette a dura prova la lingua araba standard utilizzata per la letteratura, sporcandola, utilizzandola come preferisce, soggiogandola al suo volere, senza lasciare che sia lei a dettare le regole della forma. Per chi non riesce ad apprezzare la traduzione inglese e non sa l’arabo può iniziare a farsi un’idea con “Il matto di piazza della libertà”.

Buona lettura!


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