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Appassionato, violento, potente: il fenomeno degli ultras in Egitto

Di Paul Crompton. Al-Arabiya (10/02/2015) Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

In Egitto il mondo calcistico, le cui decisioni interne vengono prese dal governo, si sta popolando di fazioni di tifosi rivali organizzati in simil-truppe guerriere. Conosciuti come ultras e spesso assimilati ai famosi hooligans inglesi, appaiono di frequente nei titoli di testa dei giornali.

Ultras EgittoPrimo esempio: domenica scorsa, più di 20 persone sono rimaste uccise fuori da uno stadio egiziano. Ad essere incolpata per l’incidente è stata la fazione conosciuta come “Ultras Cavalieri Bianchi”, sostenitori della squadra di calcio cairota Zamalek. In seguito a questo tragico episodio, le autorità hanno annunciato lunedì la sospensione di tutte le attività calcistiche nel Paese.

Secondo esempio: nel 2012, 72 tifosi sono stati uccisi e più di 500 feriti in una partita a Port Said. L’episodio di violenza, chiamato dal vice ministro della Salute il “peggior disastro nella storia del calcio egiziano”, ha avuto luogo dopo la vittoria della squadra locale al-Masry su quella del Cairo al-Ahly. Alla fine della partita i tifosi di al-Masry hanno assalito gli Ultras di al-Ahly, conosciuti come “Ultras Ahlawy”, famosi per la loro presa di posizione contro il regime.

Il leader egiziano di allora, Mohamed Hussein Tantawi, è stato accusato dal popolo di inazione e da alcuni persino di collusione: i media riportarono che la polizia aveva deliberatamente tenuto chiuse le porte dello stadio di Port Said, condizione che aveva portato alla tragedia. Dopo la sommossa, il governo egiziano decise di vietare le partite nazionali di calcio per due anni.

I primi ultras arabi sono apparsi in Libia nel 1989, ma sono stati tenuti a bada dal regime di Gheddafi. Scomparsi nel 1990, i movimenti arabi ultras sono poi riemersi a metà degli anni 2000, come sostiene il libro del 2011 di Mohamed Gamal Beshir che traccia la storia di questo fenomeno in Medio Oriente.

Nel 2005 i tifosi delle due squadre al-Ahly e Zamalek, nemici giurati, si sono separati in due gruppi distinti consolidando una rivalità che continua ancora oggi. Nel 2011 quando sono scoppiate le proteste contro il potere di Mubarak, gli Ultras Ahlawy si sono aggregati alle proteste di massa in strada, gridando insulti all’élite al governo che volevano vedere rovesciata. Poco prima che le proteste iniziassero a espandersi, gli Ultras Ahlawy hanno dichiarato ai loro fan su Facebbok di non essere coinvolti politicamente, per poi dimostrare l’esatto contrario.

Secondo Mahmud Eid, ex direttore esecutivo della commissione di coordinamento dei sostenitori di al-Ahly, gli ultras hanno sopperito all’incapacità del popolo egiziano a formare masse unite che potessero agire di concerto cantando un inno comune. Mentre la maggior parte dei gruppi formati dal popolo venivano picchiati, arrestati e perquisiti, gli Ultras Ahlawy hanno aiutato a restaurare la fiducia nella rivolta: non scappavano di fronte alle forze dell’ordine, incentivavano la gente mostrando che l’unità faceva la forza, tutto questo attingendo all’esperienza pregressa sviluppata nelle lotte contro la polizia.

Su Facebook gli Ultras Ahlawy godono di una popolarità gigantesca: 1,1 milioni di followers contro gli 800.000 dei Cavalieri Bianchi. Ma sul piano politico sono davvero uniti come sembrerebbe? Secondo Beshir, l’80% del popolo egiziano non ci capisce niente di politica e lo stesso si può dire per gli ultras.

Incoraggiati dal successo degli ultras di derivazione sportiva, altre branche non sportive hanno iniziato a germogliare nella sfera caotica dei gruppi politici post-rivoluzionari. Una di queste si chiama “Ultras Rabaawi”, organizzata dai sostenitori di Mohammed Morsi e finanziata, secondo quanto riportato dai media, dai Fratelli Musulmani.

Dal disastro di Port Said il coinvolgimento politico degli Ultrà Ahlawy – i più presenti nella rivoluzione del 2011 – è cessato, anche se molti ultras continuano ad avere un forte legame con la politica.

Paul Crompton è un giornalista per Al-Arabiya.

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Chiara Cartia

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