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False voci sullo Yemen

Di Verda Özer. Hürriyet Daily News (04/04/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

YemenSolo in apparenza i ribelli sciiti Houthi sono l’obiettivo dei dieci Paesi della “coalizione sunnita” che sta bombardando lo Yemen al comando di Riyad. Il vero “nemico” è l’Iran, il cui ruolo nel caos yemenita è stato sovradimensionato dai media vicini ai governi di questi Paesi. Secondo la stessa linea interpretativa, Teheran approfitterebbe dell’interesse del gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) a concludere l’accordo sul nucleare per affermare di fronte alla comunità internazionale il proprio ruolo di potenza regionale. Un meccanismo innescato già con l’invio di esperti militari in Siria e Iraq contro i cartelli del jihad di Daesh (ISIS).

L’Iran finora non ha inviato né intelligence né esperti militari in Yemen a sostegno degli Houthi, ma solo soldi, armi e tecniche. Un coinvolgimento indiretto, minore rispetto al supporto di Riyad per il partito islamico al-Islah e alle scuole islamiche wahhabite in Yemen. Teheran inoltre non influisce direttamente sulla linea politica degli Houthi, a differenza di quanto avviene con il partito sciita libanese Hezbollah. Infatti, la ribellione degli Houthi non è di natura settaria (lo Yemen settentrionale era quasi interamente sciita) ma politica, con l’obiettivo di restaurare l’imamato mutawakkilita. A spostare il conflitto sul piano confessionale sono state le potenze della regione, Arabia Saudita in primis e la politica repressiva dell’ex presidente Ali Abdallah Saleh, che ha emarginato a livello politico e sociale chiunque fosse anche solo sospettato di simpatie per gli Houthi. Non è da escludere che dopo la sua deposizione abbia invece iniziato a sostenere questo movimento per far cadere il suo successore Abd Rabbo Mansour Hadi.

Per le monarchie del Golfo la longa manus di Teheran è una vera ossessione, che emerge ovunque ci siano sciiti che protestano. Ne sono esempio il Bahrein, l’emarginazione cui è costretta la minoranza sciita in Arabia Saudita e appunto lo Yemen, già bombardato da Riyad durante una delle ultime rivolte degli Houthi nel 2009. Il vero nodo della questione è che l’Iran, soprattutto da quando la comunità internazionale ha lanciato l’allarme Daesh, ha smesso di essere considerato soltanto un nemico e una minaccia. Basti pensare alla differenza di considerazione per le parole dei discorsi del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu prima e dopo questo spartiacque. Con quest’ultimo tuttavia, le monarchie del Golfo e i loro alleati arabi come l’Egitto hanno in comune il disagio suscitato dalla recente distensione delle relazioni tra Teheran e Washington. Non a caso la campagna yemenita è iniziata il 25 marzo, quando i negoziati sul nucleare erano nel vivo.

Malgrado l’invito alla collaborazione dell’Iran, Riyad e seguaci non hanno neppure concesso una sosta nei bombardamenti per consentire l’accesso agli aiuti umanitari. Né molte parole sono state spese a proposito delle vittime civili dei raid. Gli Stati Uniti da parte loro sanno che lo Yemen non è attualmente tra le priorità di Teheran, maggiormente concentrata su Daesh e sui negoziati sul nucleare che comporterebbe la fine delle sanzioni. Un accordo che anche Washington ritiene fondamentale, senza che questo impedisca di sostenere almeno a parole l’intervento della coalizione araba in Yemen. Gli Usa infatti hanno bisogno delle fedeli monarchie del Golfo per combattere i cartelli del jihad, fino a poco tempo fa scientemente ignorati perché combattevano contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Manovre geopolitiche rischiose, come quelle che negli ultimi decenni hanno destabilizzato i Balcani, l’Afghanistan e l’Iraq. E che dopo la Siria hanno portato al collasso istituzionale lo Yemen.

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Carlotta Caldonazzo

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