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Fallujah e Daraya: la fame come arma di guerra

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L’opinione di Al-Quds. Al-Quds al-Arabi (11/04/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti.

Numerose città arabe sono sotto assedio e vivono una situazione drammatica che spinge gli abitanti sull’orlo della morte per fame, in violazione dei trattati internazionali che proibiscono di usare simili strumenti come armi contro i civili. Questo succede manifestamente in Iraq e Siria, che una volta ospitavano il Califfato Abbaside e quello Omayyade, con al differenza che oggi gli abitanti assediati e ridotti alla fame, da un lato, e i responsabili del dilagare della morte, della violenza e della distruzione, dall’altro, appartengono entrambi allo stesso paese.

Il quotidiano Al-Quds al-Arabi aveva pubblicato un comunicato divulgato dall’organizzazione The Syria Campaign a nome delle donne della città di Daraya, situata a sud-ovest della capitale Damasco, che raccontava come la loro città fosse pesantemente bombardata, devastata e assediata da oltre tre anni e vivesse sotto l’oppressione della “politica dell’inedia”.

L’assedio di Daraya è stato completato durante i raid congiunti degli aerei russi e siriani volti a separare la zona dalla città di Ma’damiya, chiudendo così la regione da ogni parte. Sono circa 8.000 i civili che vivono nei rifugi antiaerei per paura dei bombardamenti, rifugi ormai esigui perché l’area è stata devastata dagli attacchi. Nella città non c’è cibo, né latte per i bambini e le madri non possono allattare perché malnutrite; manca perisno il necessario per pulire o per prevenire le malattie.

Fallujah, invece, è assediata dalle milizie sciite delle Forze di mobilitazione popolare che metodicamente fanno morire di fame i cittadini, già provati dall’occupazione della città da parte di Daesh (ISIS); oltre 1.500 persone sono morte finora.

I casi di Falluja e Daraya sono due esempi delle atrocità e della barbarie perpetrate da chi governa l’Iraq e la Siria, ma non sono le uniche dove viene utilizzata questa “politica dell’inedia”. Ci sono, infatti, altre città come Deir Ez-Zor dove una parte è governata dal regime siriano e l’altra da Daesh, e ancora Al-Zabadani e Madaya, le cui grida d’aiuto hanno riempito il mondo dopo il susseguirsi di vittime a causa della fame; entrambe le città sono assediate anche dalle milizie sciite di Hezbollah.

Vi sono delle analogie: i principali responsabili di questi crimini contro l’umanità sono i detentori del potere e in entrambi i casi sono legati all’Iran dal cordone ombelicale, il che spiega i compiti esecutivi di milizie che sono più fedeli a Teheran di quanto non lo siano verso la propria gente, la propria terra e storia. Se si include l’elemento confessionale, si conferisce una parvenza di guerra santa che giustifica l’uccisione del proprio connazionale, e il fatto di appartenere alla stessa patria è proprio la ragione per liberarsi di lui invece di preservarne la presenza.

Ciò spiega, inoltre, la natura “jihadista” di Daesh che si nutre a sua volta di questo circolo vizioso e sanguinoso che i governanti corrotti, come Bashar al-Assad e la sua cerchia, sfruttano per distogliere i cittadini dagli affari delle loro zone verdi e dai loro miliardi trafugati attraverso Panama, mediante un conflitto religioso che finirà solo con l’annientamento dell’uomo e della società umana, e con essa la storia culturale e la civiltà dei due paesi.

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Roberta Papaleo

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