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Esodo in terra straniera


Qantara.de
(11/06/12). Di Birgit Svensson. Traduzione di Alessandra Cimarosti.

Shefat è una donna severa e parla ad alta voce: “Stiamo vivendo in un cimitero”, grida frustrata. “La gente sta morendo in tutta la Siria!”. Giorni fa Shefat, 34 anni, è arrivata nel campo profughi di Dohuk, in Kurdistan, con la sua famiglia . Viene da un villaggio vicino Homs nel quale lei e suo marito hanno lavorato in una fattoria. Quando i caschi blu delle Nazioni Unite hanno visitato Homs, suo marito è andato in città per partecipare alle manifestazioni. Questo ha causato problemi alla sicurezza della famiglia: un fratello è stato ucciso, una sorella gravemente ferita. Il fattore allora li ha accompagnati al confine iracheno.

Il fratello di Shefat è una recluta nell’esercito siriano a Qamishli. Quando ha sentito che sua sorella stava andando in Iraq, ha disertato e si è unito a lei. “Siamo curdi”, afferma Shefat, “e loro vogliono sparare sui curdi”.

Curdi contro Assad

Qamishli è nell’estremo nord-est della Siria, vicinissimo al confine dove Siria, Iraq e Turchia si uniscono. In questa zona, vivono tre milioni di siriani curdi. Si dice che i soldati sparino contro i rifugiati che cercano di raggiungere la Turchia. Omar non ha confermato, ma anche lui aveva sentito questa voce. I curdi si sono opposti al regime di Assad da anni.

Il furgone ha lasciato Shefat e la famiglia a kilometri dal confine iracheno. “Abbiamo lasciato tutto alle spalle” sospira Shefat. “Abbiamo potuto prendere solo quello che avevamo indosso e ciò che potevamo trasportare”. Hanno pagato ad un trafficante 75.000 sterline siriane (930 euro); hanno camminato nel buio per sei ore, dopodiché hanno finalmente toccato il suolo iracheno. A Rabia, nell’estremo nord-ovest dell’Iraq, dei soldati curdi iracheni li hanno indirizzati nelle province di Dohur e Erbil. Adesso Shefak e Omar sono seduti nel campo di Dohuk e vogliono raccontare al mondo intero quanto vanno male le cose per la gente siriana. “Non ho più paura” afferma Shefat. “Puoi farmi delle foto se vuoi”. Alcune persone non vogliono raccontare le proprie storie; sono sotto shock, traumatizzati da quello che hanno vissuto. Altri hanno ancora la propria famiglia in Siria e sono preoccupati per cosa potrà accadergli qualora si scoprisse che hanno lasciato il paese. “Il governo lo vede come un tradimento” dichiara Shefat, spiegando il motivo per il quale ci sono persone che non vogliono avere nulla a che fare con i media. Suo marito a quest’ora si ritroverebbe nella lista nera, anche se ormai sono talmente tante le persone che sono scappate dalla violenza del regime che è poco probabile che esistano ancora liste. Circa 30.000 siriani sono arrivati da soli in Turchia, 4.000 nel Kurdistan iracheno, altri 11.000 in Giordania; diverse altre migliaia devono essere andate in Libano, ma non ci sono dati ufficiali.

La politica ambigua dell’Iraq nei confronti della Siria

“Noi curdi abbiamo la peggio” conferma Shefat. “Non abbiamo nessun diritto”. Più della metà dei curdi siriani non ha documenti. Lei e la sua famiglia non avendoli, non poteva andare da nessuna parte. Hanno fatto affidamento sulla misericordia del presidente del Kurdistan Mazud Barzani che recentemente ha dichiarato che tutti i curdi siriani che sfuggivano dal regime di Assad dovevano essere accolti in Iraq.

Ma la politica irachena nei confronti della Siria è molto ambigua. Se la regione curda si è messa dalla parte dei “fratelli siriani”, Baghdad e in particolare il Primo Ministro Nuri AlMaliki supporta Assad, gli invia petrolio, soldi e armi.

Assad aveva tentato di portare i curdi dalla propria parte: aveva promesso passaporti, cittadinanza, documenti. “Erano solo belle parole”, si lamenta Shefat, “come sempre”. Ma la mossa di Assad non ha fermato la ribellione. Per anni il regime di Assad aveva negato l’esistenza dei curdi, la più grande minoranza in territorio siriano. Chi non accettava la situazione finiva in prigione o in esilio. La lingua curda, così come la cultura, sono state ufficialmente bandite. Ogni tentativo di celebrare il nuovo anno curdo Newroz si è scontrato con una repressione brutale. Ora il Consiglio Nazionale siriano dell’opposizione ha nominato un curdo come suo nuovo presidente.

“La Siria è la mia patria, la mia casa, la mia identità” afferma Shefat disperata. Ma potrà ritornarci solo quando Assad sarà mandato via. Fino a quel momento, dovrà rimanere nel campo di Dohuk con altri 1.360 rifugiati. Gli vengono offerti pane, formaggio, materassi e lenzuola. “Per ora stiamo bene” dichiara Zadula, il direttore del campo. Il governo di Erbil gli ha dato abbastanza denaro per 240 famiglie. “Ma se la situazione peggiora in Siria, sempre più persone verranno e allora ci andrà stretto”.

Alessandra Cimarosti

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