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Erdogan blocca una legge mentre l’EU blocca i negoziati

Erdoğan Turchia
La Nuova Turchia di Erdogan: guidata dal buon senso e dalle proteste interne o dalle contropartite politiche ed economiche europee?

Di Amberin Zaman. Al-Monitor (23/11/2016). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi.

Prima l’archiviazione della legge che perdonava gli stupratori in caso di matrimonio con le vittime sembrava troppo bello per essere vero. Poi il 23 novembre è parso che le accuse di legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) a carico della scrittrice Asli Erdogan e il traduttore Necmiye Alpay fossero cadute. Invece, si è poi scoperto che i loro processi continueranno.

Questo ha fatto pensare che le pressioni interne ed esterne abbiano ancora un qualche effetto sulla Nuova Turchia, specialmente sulla volontà di Erdogan di allontanarsi dal baratro, quando necessario. Il blocco della legge sullo stupro minorile è avvenuto a seguito delle proteste generali, alle quali hanno partecipato anche gli islamisti. Erdogan ha chiesto di discutere ulteriormente la proposta di legge solo poche ore prima del voto, portando al voltafaccia del ministro della Giustizia, che ha dichiarato “la questione è chiusa”.

Sembra un revival del 2004, quando Erdogan intendeva criminalizzare l’adulterio, idea ritirata dopo i rimproveri dell’Unione Europea: il 24 novembre il parlamento europeo vota la sospensione dei negoziati sull’entrata della Turchia in Europa. Tutto questo rafforza l’idea che l’entrata in Europa sia un sogno impossibile con potenziali effetti negativi sulla traballante economia turca. Kati Piri, europarlamentare della Commissione mista UE-Turchia, a seguito della deriva autoritaria iniziata a seguito del fallito golpe di luglio, ha detto: “Non pensiamo sia credibile continuare i negoziati, non si può far finta che nulla sia accaduto”, riferendosi in particolare alle purghe che hanno lasciato 36.000 persone in carcere, 100.000 senza lavoro e diritto di appello e, dal 22 novembre, ulteriori 15.000.

Erdogan ha provocatoriamente risposto al voto europeo dicendo che questo “non ha valore”, minacciando un referendum popolare per annullare i negoziati di accesso all’UE. Inoltre, Erdogan sta ventilando l’idea di entrare nell’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, un blocco dominato da Russia, Cina e stati dell’Asia centrale, per quanto sia poco probabile: l’UE rimane il principale partner commerciale turco ed Erdogan sa di overe il proprio successo alle buone performances economiche del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP).

Su un punto Piri e Erdogan sono d’accordo: l’ipocrisia europea nei rapporti con la Turchia. Non è un segreto che l’apertura di nuovi negoziati proprio durante il declino delle riforme democratiche sia stato calcolato per assicurare la cooperazione di Ankara sull’impedire a milioni di siriani di arrivare in Europa. È proprio a questa ipocrisia che Piri e altri vorrebbero riparare attraverso la sospensione dei negoziati: “Quando la Turchia diventa la più grande prigione per giornalisti, insieme a 10 parlamentari, non posso dire ai cittadini turchi o europei che il processo sia onesto”.

Amberin Zaman è una giornalista specializzata in Turchia, Armeni e curdi, sui quali scrive per il The Washington Post e il The Daily Telegraph.

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