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Eravamo ad Al-Khalil e ci siamo ritrovati a Yarmouk

Queste riflessioni sono nate in poche ore, quando il mio amico Edoardo Nannotti mi ha proposto di fare un piccolo intervento nella giornata dedicata all’iniziativa Open Shuhada Street: si celebra ogni 25 febbraio, in solidarietà con Al-Khalil (Hebron). Trovate tutto al link, cui non mi voglio sovrapporre visto il grande lavoro che fanno per l’iniziativa.

“Ti va di parlare di Al-Khalil e di Israele, stasera? Ci telefoniamo ed intervieni.”

Ma io, per parlare dei palestinesi, sentivo di dover parlare di Yarmouk, in Siria. Così questo è quanto, nei dodici minuti più significativi della mia vita, tra qualche linea di febbre e batticuore sono riuscita a dire grazie all’associazione FucinAsud di Salice Salentino (LE) che mi ha coinvolta nell’ambito del loro bell’incontro pensato proprio per parlare di Open Shuhada Street. “Ci spostiamo a circa 230 km da Al-Khalil, per arrivare nel campo di cui Claudia vuole parlarci stasera”, ha detto Edoardo prima di darmi la parola via telefono. Nel ringraziarli tutti spero, nel mio minuscolo tentativo, di averli portati davvero per dodici minuti fino a Yarmouk.

Walid Idris per Yarmouk, il campo è la Palestina
Walid Idris per Yarmouk, il campo è la Palestina

“Al-Khalil e la sofferenza che provoca la sua strada bloccata ha fatto sorgere in me una domanda: se una strada sola che viene chiusa causa tutto questo, immaginiamo cosa può voler dire un intero campo, bloccato? Quindi un’intera comunità palestinese bloccata. Bloccata da chi? Da un regime che si era ripromesso di aiutarli, quei palestinesi, di accoglierli come rifugiati. Che rifugio può mai essere il suo, se questo stesso regime ora li sta lasciando morire di fame e li tortura?

Il campo di cui parlo è Yarmouk, il più grande campo palestinese della Siria. Ospitava oltre 160 mila palestinesi e ve ne sono rimasti oggi circa 30 mila [si trovano diverse cifre, questa è presa da una fonte UNRWA]. Il regime è quello siriano, di Bashar al-Asad, ed il blocco è dato dal fatto che il regime ha posto il campo sotto assedio per colpire l’opposizione siriana al suo interno, ma di fatto colpendo l’intera popolazione palestinese di Yarmouk.

Oggi, 25 febbraio, è il 226° giorno di assedio: sono quasi otto mesi. L’ultimo dato che ho trovato poco fa riguardo alle vittime del campo porta il nome di un anziano, Suhair Ali Hassan, morto per sete – ucciso, dalla sete. Con la sua morte è scomparso il 121° martire – così vengono chiamati in arabo coloro che subiscono morti simili – vittima dell’assedio di Yarmouk. Se non contiamo, per ora, le vittime di tortura.

E sempre oggi, 25 febbraio, un video di chi ogni giorno documenta quanto sta avvenendo nel campo, ha per titolo parole significative: “Insieme alla decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si continua a morire di fame nel campo di Yarmouk sotto assedio”. Cos’ha deciso l’ONU? Qualche giorno fa è stata approvata la Risoluzione 2139 per migliorare l’accesso degli aiuti umanitari in Siria. Già dal 18 gennaio, l’UNRWA era riuscita a entrare nel campo e a distribuire gli aiuti, ma è seguita poi una fase di stallo durata due settimane e solo ultimamente qualcosa nel flusso di aiuti si è mossa. Purtroppo non è ancora abbastanza.

Islam Ashour per Yarmouk, I campi della fermezza
Islam Ashour per Yarmouk, I campi della fermezza

Ho scelto questa immagine per parlare di Yarmouk. [è stata proiettata in sala] Intanto vi dico che fa parte di un progetto del Collettivo Artistico Palestina, di cui cito Ayham Hamada – come molti altri artisti del collettivo, viveva a Yarmouk ma con l’inasprirsi del conflitto ha dovuto lasciare il campo. Il collettivo, in collaborazione con la fondazione Jafra, che si occupa dei rifugiati palestinesi nei campi della Siria ed in particolare cerca di coinvolgerne i giovani – ha dato vita a Rasa’il lil-Yarmouk, Messaggi per Yarmouk.  Gli artisti coinvolti hanno mandato delle opere dedicate al campo, e questa in particolare è di Islam Ashour. Come vedete, l’immagine contiene simboli palestinesi per eccellenza: sullo sfondo c’è una kefiah, e sulla sinistra una chiave che simboleggia la speranza e il diritto al ritorno nella propria casa, in terra di Palestina.

Ciò che mi colpisce di più in quest’opera, il suo punto cruciale, è che oggi simbolo dei palestinesi di Yarmouk – e quindi dei palestinesi tutti – diventa l’immagine di persone che stanno morendo di fame. Se voi guardate la scritta a destra, noterete che una parte è bianca e una parte è scritta in rosso: quella scritta – mokhayyamat as-sumud – significa i campi della fermezza, ovvero della resistenza. Perché chi si trova a Yarmouk da mesi sta resistendo molto oltre le proprie possibilità. E quella parte in rosso trasforma la parola campo (singolare) in campi (plurale) e ancora: quella stessa parola rossa, letta da sola, diventa mata, verbo arabo che significa morire.

Alaa Ibraheem per Yarmouk, Il campo muore di fame
Alaa Ibraheem per Yarmouk, Il campo muore di fame

Cosa comunica quella scritta di così potente seppur in così poco spazio? Vuole dare un messaggio della morte per fame, o meglio – come dice il giornalista e ricercatore di Yarmouk attualmente negli Stati Uniti, Nidal Bitari – dell’uccisione per fame. Perché quei palestinesi sono uccisi, non muoiono soltanto. Perché la fame è usata dal regime siriano come arma, insieme alla tortura. Inoltre, credo, la parola campo è stata trasformata al plurale proprio per dare un segnale di solidarietà, perché in qualunque campo un palestinese si trovi, quella è la Palestina, o una piccola Palestina. L’artista di Yarmouk Ayham Hamada ha chiamato una serie di sue opere proprio così: “Ogni campo è la mia patria”, quindi ogni campo è la Palestina. Come ha scritto il giovane attivista e blogger di Yarmouk, attualmente in Svezia, Salim Salamah, “La Palestina sta morendo nel campo di Yarmouk” – è il cuore pulsante della Palestina a subire la morte, dovunque si trovino i palestinesi che muoiono.

Infine, quella scritta è al plurale, perché ricordiamo che in Siria i campi palestinesi sono 12, di cui 3 non ufficiali. C’è ad esempio il campo di Dara’a che sta subendo i durissimi colpi del conflitto siriano, e c’è la stessa sofferenza del campo di Khan el-Shih, che come ha ricordato il poeta di Yarmouk Iyad Hayatleh “è il 2° campo più grande della Siria ed è anche il più vicino a Gerusalemme”.

Sumir Salam per Yarmouk, la protesta dei bambini per il cibo
Sumir Salam per Yarmouk, la protesta dei bambini per il cibo

Chi sono i morti, chi è che sta morendo nel campo di Yarmouk? Sono i più deboli: bambini e anziani. Ma sono anche persone di tutte le età, di cui ancora oggi vengono documentate le morti, ad esempio dalla Palestinian League for Human Rights in Syria (PLHR/Syria), di cui lo stesso Salim Salamh è degno rappresentante, essendone il portavoce. Ma non muoiono solo per la fame i palestinesi di Yarmouk. Vengono incarcerati e uccisi sotto tortura e non è un caso che a subire una uccisione simile siano anche i simboli del campo, e quindi della Palestina. Ne cito solo due: il giovane attivista Khaled Bakrawi, ed il giovane attore Hassan Hassan, che è stato definito proprio ramzu-l-watan, simbolo della patria. Entrambi sono morti sotto tortura nelle carceri del regime siriano.

I palestinesi stanno pagando un prezzo altissimo in Siria: traditi dal regime siriano, che diceva di difenderne la causa, non si sentono considerati dalle fazioni palestinesi. Ricordando quanto riportato dal giovane Talal Alyan, scrittore palestinese di Gaza che vive negli Stati Uniti: quando il PFLP-GC (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina/Comando Generale) – schierato con Assad – aveva chiesto ai civili di lasciare Yarmouk così da poter colpire i ribelli, chi era rimasto nel campo si è rifiutato di andar via, rispondendo: “Se ce ne andiamo sarà solo per tornare a Gerusalemme”. Perché non avevano intenzione di diventare dei rifugiati per la seconda volta. Oggi quei palestinesi resistono alla fame, alla malnutrizione, alla disidratazione e in più vengono a volte anche bombardati.

Giovani palestinesi, come Salim Salamah, Talal Alyan e Nidal Bitari, e non solo giovani e non solo palestinesi, tengono alta l’attenzione su Yarmouk e permettono anche a me, col loro continuo lavoro, di offrire a voi un mio piccolissimo contributo, che spero di continuare a dare per parlare ancora di Yarmouk”.

Claudia Avolio

 


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