Libano Mille e una pagina

Elias Khoury: memoria, ‘araq e conflitti dell’essere umano

Elias Khoury

Il mio primo incontro con Elias Khoury, lo scrittore libanese di cui voglio parlarvi oggi, è avvenuto durante una lezione all’università al secondo anno della mia laurea triennale a Genova. Stavo frequentando un corso di traduzione letteraria del terzo anno, nonostante io fossi ancora al secondo, non perché fossi particolarmente brava, ma per l’incertezza della continuazioni dei corsi un anno per l’altro.

Il professore ci diede da tradurre alcune pagine di “La porta del sole” e nonostante fosse un passaggio relativamente facile, i miei strafalcioni furono così eclatanti che ancora adesso me ne ricordo qualcuno! Per esempio ricordo la mia difficoltà nel tradurre la parola ‘araq, un distillato di succo d’uva e anice tipico della regione levantina, perché nella mia mente di arabista alla prime armi era impossibile che un arabo bevesse una bevanda alcolica!

Lo ‘araq , che ha diverse versioni in molti altri Paesi, come in Turchia, dove si chiama raki o in Grecia dove lo troviamo come ouzo, è onnipresente nei romanzi dello scrittore di Beirut, quasi a costituire parte integrante dello stile e delle tematiche dell’autore.

Specialmente nel suo ultimo romanzo, pubblicato da Feltrinelli poco più di un anno fa, tradotto da Elisabetta Bartuli, lo ‘araq diventa uno dei simboli del ritorno in Libano del protagonista.

Un altro dei temi ricorrenti nei suoi numerosi romanzi (ne ha scritti ben 11, di cui 4  sono stati tradotti in italiano) è la memoria, con le sue distorsioni, falle e reinterpretazioni a posteriori. In modo particolare la maniera in cui raccontiamo agli altri e a noi stessi la nostra memoria sembra ricoprire un ruolo centrale nelle produzioni di Elias Khoury.

Il flusso di coscienza, la caoticità dei pensieri e dei ricordi sono rappresentati al meglio sulla pagina scritta. Sono gettati lì senza un prima, senza un dopo, spesso senza un narratore definito, tanto che alla fine il narratore diventa l’umanità intera, un’ umanità che ripete i suoi errori e vive di conflitti.

Del resto, data la storia personale dell’autore, non ci si può aspettare che la guerra e la lotta umana non emergano nei suoi scritti.

Nato in Libano in una data già di per sè emblematica, il 1948, l’anno della Nakba, della catastrofe palestinese, verso i vent’anni Elias Khoury  lascia la famiglia cristiana ortodossa dov’era cresciuto e si reca in Giordania, per inscriversi tra le fila di al-Fatah, il Movimento di Liberazione Palestinese, dopo essere venuto a contatto con la dura realtà della vita nei campi profughi palestinesi. Ritornerà poi in Libano per prendere parte alla guerra civile, in occasione della quale perderà temporaneamente la vista in seguito alle ferite riportate.

Libano, Palestina, campi profughi sono realtà che si mescolano e si sovrappongono a tratti nella produzione dello scrittore. Ciò accade per esempio in “La porta del sole”.

Ovviamente dopo quel primo incontro con questo libro era quasi necessario che prima o poi lo leggessi, ma vi confesso che l’ho fatto solo di recente e che mentre lo leggevo non è esattamente scattata la scintilla, quella che ti fa innamorare perdutamente di un libro, forse anche per colpa delle mie grandi aspettative.

O almeno così credevo finché non ho letto la conclusione.

Il finale per me è una parte estremamente delicata dei libri e raramente trovo chiusure che mi soddisfino a pieno, ma vi assicuro che questo non è stato uno di quei casi.

Nonostante si capisca fin dall’inizio quale sia l’unico finale possibile, lo scrittore riesce a presentarlo con una tale delicatezza e sensibilità, che colpisce il lettore dritto allo stomaco. Io sono rimasta frastornata per mezza giornata, senza riuscire a scrollarmi di dosso le sensazioni che ho provato finendo il libro. È stata una bella, quanto inaspettata sorpresa.

Buona lettura!

 

Claudia Negrini

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