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Elezioni in Libano: shawarma e caffè

Di Pierre Akiki. Al-Araby al-Jadeed (07/05/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone.

Ha inizio domenica la prima fase delle elezioni municipali in Libano, le prime alle quali i libanesi sono chiamati a partecipare sin dal 2010. Sei anni sono più che sufficienti per l’emergere di una nuova generazione di elettori, soprattutto per le numerose influenze subentrate nella coscienza politica del paese. Tali influenze hanno avuto inizio con la primavera araba, cominciata con il tunisino Mohammed Bouazizi che si è dato alle fiamme il 17 dicembre 2010, proseguita con le file di sfollati siriani, e finita nei rifiuti nelle strade e nelle case libanesi.

Davanti al popolo c’è una nuova opportunità di cambiare, di portare il Libano a una nuova fase della sua storia e a una democrazia che si è, di fatto, interrotta con la guerra civile (1975-1990), e in maniera ancor più lampante con lo scontro politico in atto sin dal ritiro della Siria dal Libano, nel 2005. Nonostante ciò, quest’opportunità di cambiamento si dimostrerà vana, e per una sola ragione: sin dall’indipendenza nel 1943, il regime libanese si è consacrato a un solo scopo, la corruzione.

Il sistema della corruzione è ben radicato all’interno del paese, anzi, è una realtà concreta dalla quale non c’è scampo. Il cambiamento, quando avviene, si limita alla sostituzione di un corrotto con un altro, anche a causa della “paura” che hanno le varie fazioni libanesi l’una dell’altra, incrementata dal discorso settario-regionale che la maggior parte dei politici libanesi ha utilizzato per assicurarsi posizioni di potere. Ciò ha portato, in alcune aree (tra cui la stessa Beirut), all’emergere di alleanze tra i vari poli partitici al potere, nonostante le palesi divergenze politiche, a dimostrazione che il potere, in Libano, che sia alla maggioranza o all’opposizione, si batte solo per conquistare seggi, senza preoccuparsi di presentare progetti di sviluppo.

Le prove del sistema corrotto sono ovunque. Nel campo dell’elettricità, dell’acqua, ma anche nei settori sociali più sensibili, come quello dell’assistenza sanitaria: un’enorme fetta della popolazione libanese ha smesso di usufruire del supporto finanziario per i servizi sanitari, e l’aumento dei decessi è nettamente aumentato, dato che i malati non possono varcare l’uscio degli ospedali per ragioni economiche. L’istruzione, allo stesso modo, non è lontana dal collasso, con il monopolio delle istituzioni religiose e l’aumento delle tasse scolastiche annuali, nonché la netta diminuzione del supporto statale alla scuola pubblica.

La sanità e l’istruzione non sono più istituzioni che mirano ad assicurarsi la guarigione del paziente e un’adeguata formazione degli studenti, ma solo “istituzioni economiche che generano guadagno”.

Il settore dei rifiuti, invece, gestito in maniera a dir poco primitiva, è l’immagine esplicativa della “sinergia” della classe politica e dell’“equità” della distribuzione delle finanze tra quelli che ne fanno parte, pur consapevoli che questa gestione ha portato alla diffusione di patologie respiratorie e tumori.

Nonostante tutto ciò, la classe politica al potere ha cominciato a dedicarsi alla compravendita degli elettori. Il prezzo differisce, a seconda dell’importanza dei soggetti politici nella regione. Da qualche parte il prezzo del voto ammonta a 500 dollari, in altre per comprare un elettore basta uno shawarma e un paio di tazze di caffè. Non è possibile chiamare “elezioni” ciò che sta accadendo nella maggior parte del territorio libanese: è solo il tentativo della dittatura, travestita da democrazia, di continuare il suo cammino di corruzione, e non è possibile fermare il suo corso se non attraverso una ferma decisione del popolo.

Pierre Akiki è un giornalista libanese.

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