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El Sisi e la minaccia terrorista

Di Stephan Buchen. Qantara.de (22/05/2014). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

Fatta eccezione per la lira egiziana, niente in questa nazione sta soffrendo gli effetti dell’inflazione come il termine “terrorismo”. È un sinonimo di Fratelli Musulmani, il movimento che dopo un po’ di esitazione iniziale, si è messo al timone della rivoluzione del 2011, vincendo le elezioni, con più del 50% dei voti. Sempre dei Fratelli Musulmani è stato il primo presidente post-rivoluzionario, democraticamente eletto.

Adesso i suoi membri sono terroristi – uno sviluppo sorprendente. La stampa, la radio e le stazioni televisive sono tutte d’accordo su questo punto. Ogni giorno, ci sono notizie di forze di sicurezza che stanano orde di terroristi riuniti per qualche manifestazione, in qualche quartiere del Cairo o da qualche parte tra le province tra Alessandria e Assuan. “L’Egitto è minacciato dalla distruzione, ma non sarà distrutto”, afferma Abdel Fattah El Sisi, ex maresciallo, oggi capo del servizio di intelligence militare, leader del colpo di Stato e candidato presidenziale. I media lo descrivono già come “futuro presidente”. A questo punto, il candidato avversario, Hamdeen Sabahi, rimane solo una comparsa in questo finto gioco democratico. I dadi sono stati tirati molto tempo fa.

El Sisi si descrive come il salvatore dell’Egitto: “Il terrorismo è la nostra paura più grande”, afferma. In precedenza, aveva lasciato intendere di avere un programma per la crescita economica e lo sviluppo di zone come il Sinai, Wadi al-Jadid e il deserto occidentale. Ma non è propriamente il suo campo. L’obiettivo principale di El Sisi è la completa eradicazione del terrorismo. Invita i cittadini a sostenere la polizia. Sicuramente preferirebbe non vedere rapporti come quelli pubblicati dalla giornalista francese Claire Talon, che ha raccolto testimonianze scioccanti di giovani detenuti sessualmente abusati da parte della polizia.

In una intervista televisiva, El Sisi racconta di un incontro nel 2013, che sarebbe avvenuto una settimana prima della deposizione dell’ex presidente Morsi, con Khairat el-Shater, esponente di spicco dei Fratelli Musulmani, il quale avrebbe menzionato la possibilità di chiamare combattenti islamisti dalla Siria, dall’Afghanistan e dalla Libia per difendere il loro governo. In un simile scenario, c’è ancora qualcuno che dubita che l’Egitto non abbia bisogno di un maresciallo per essere salvato? La stampa ha inoltre riportato che dei terroristi in esilio in Libia stavano pianificando un nuovo attacco contro l’Egitto. “Hanno basi in 70 Paesi, anche in Europa”, spiega El Sisi, aggiungendo anche di voler limitare il diritto a manifestare, perché le manifestazioni portano al caos.

Con le proteste iniziate nel 2011, il Cairo è un cantiere. Un noto professore di urbanistica ha definito la città “fuori controllo”. Ma di questo El Sisi non si preoccupa. Se riconosce che ci sono 12 milioni di disoccupati, non sembra avere molte idee per quanto riguarda politiche economiche e sociali, se non gli appelli del tipo “tutti devono avere un lavoro”. Ora, afferma, è il momento in cui devono lavorare scuole, moschee e media per ispirare “disciplina” nella società. Devono lavorare insieme per forgiare il nuovo Egitto.

Lo scrittore Hamed Abdel Samad descrive i Fratelli Musulmani come l’incarnazione di ciò che lui definisce un “fascismo islamista”. La crisi in Ucraina ha portato ad un uso massivo del termine “fascismo” a livello mondiale. Tuttavia, “il ritorno di Mubarak” non è la giusta descrizione della situazione in Egitto. In vista dell’eminente elezione di El Sisi, dovrebbe essere più accurato preoccuparsi di un fascismo egiziano.

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Alessandra Cimarosti

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