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Egitto: pro-Morsi vs anti-Fratellanza, due versioni e un unico stallo

egitto, protestadi Basil El-Dabh (Daily News Egypt 24/07/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

(prima versione). Il 30 giugno c’è stato un golpe privo del sostegno popolare. La polizia ha mandato alcune migliaia di uomini del suo personale in borghese in piazza Tahrir a protestare. I media – inopinatamente contro il presidente Mohamed Morsi – hanno fomentato le proteste mostrando le immagini dei 18 giorni del 2011 nello sforzo di inasprire l’opposizione verso Morsi e raggirare il popolo, che sosteneva con vigore la legittimità di Morsi. I resti del vecchio regime, i cristiani, Al-Azhar e altre istituzioni statali hanno poi cospirato con l’esercito per rovesciare Morsi, richiamando i giorni di Mubarak e del suo Partito Nazional-Democratico.

(seconda versione). La Fratellanza Musulmana è un’organizzazione terroristica. Morsi ha ottenuto la presidenza tramite frode elettorale e – coadiuvato dal Qatar, da Hamas e dagli Stati Uniti – ha potuto attuare il suo comando dittatoriale senza resistenze. Questo è proseguito finché 35 milioni di persone sono scese in strada, e l’esercito – che sta sempre dalla parte del popolo – le ha aiutate a destituire Morsi.

Ho sentito queste due versioni degli stessi eventi da parte di manifestanti a Rab’ia al-Adaweya e di piazza Tahrir. Quelli che protestano contro la Fratellanza mi diranno che chi presenzia una “piazza Rabi’a infestata dal colera” sono soprattutto palestinesi, siriani e “pecore” (un’espressione denigratoria usata per definire i membri della Fratellanza). Quelli che protestano a piazza Rabi’a mi diranno che chi presenzia Tahrir sono cristiani, membri dell’ex-regime e funzionari di polizia.

Non sono scettico sulla riconciliazione politica, ma su qualcosa di molto più importante: la riconciliazione sociale. Lo scorso anno abbiamo visto la Fratellanza perdere molti dei suoi sostenitori, empatia e rispetto. Le crepe nella nostra società frammentata continuano a farsi più profonde. E intanto il gruppo si è ripiegato su se stesso. Costruito su decenni di persecuzione, ha contro di sé alcuni dei suoi stessi membri, i salafiti e i simpatizzanti non schierati ideologicamente. Se non sei uno di loro, allora sei contro di loro e il progetto islamista. Una petizione online chiede all’amministrazione Obama di dichiarare la Fratellanza un gruppo terroristico, sostenendo che il loro riunirsi e la loro ideologia rappresentano il terrorismo.

C’è un dibattito sul ritenere alcuni dei suoi vertici responsabili per cose come l’istigazione alla violenza. Tuttavia ci sono problemi di fondo nel voler considerare l’intero gruppo come organizzazione terroristica. Che ai critici piaccia o meno, il gruppo forma una parte significativa del popolo, ampia abbastanza da mobilitare il sostegno per le strade o determinare le elezioni. In fin dei conti la Fratellanza è parte della società egiziana. Anche se vivessimo in uno scenario in cui un giro di vite indiscriminato su tutto il gruppo fosse accettabile, la Fratellanza ha dimostrato di essere capace di sopravvivere a mosse simili che vorrebbero metterla a tacere, e di diventare anzi più provocatoria.

D’altro lato, la Fratellanza non sarà in grado di riconciliarsi con alcune altre parti della società se non si libera di certi deliri. Il mondo non sta cooperando ai suoi danni, chi vi si oppone non sta dichiarando alcuna guerra all’Islam e milioni di egiziani hanno avuto legittimamente da ridire sulla presidenza Morsi. Una presidenza plasmata da elezioni democratiche ma che ben presto si è allontanata da qualsivoglia cornice tesa all’inclusione. La crisi politica, che non si risolverà tanto presto, esacerba la ancor più pericolosa crisi sociale. Mercoledì – stesso giorno in cui la Fratellanza ha boicottato il presidente ad interim Adly Mansour e il suo primo tentativo di dialogo nazionale – il generale Al-Sisi ha invitato gli egiziani a manifestare per oggi contro le violenze e il terrorismo.

Le proteste saranno di sicuro usate o per giustificare un’azione rapida e violenta o per intimidire la Fratellanza. L’esercito ha più sostegno di ogni altra istituzione del Paese, e una frase di Al-Sisi mobiliterà più persone di quante possa mobilitarne la Fratellanza tramite i suoi network ad hoc. Le divisioni sociali ora si fanno più profonde dei disaccordi tra attori politici. Finché tutte le parti non capiranno che i loro oppositori non stanno andando da nessuna parte, sembra che molto poco cambierà. Cambiamento che può invece avvenire solo con tentativi sinceri di comprendere l’altro. Fino ad allora siederemo tra i posti delle prime file davanti alla lotta tra “infedeli” e “terroristi”. Le ripercussioni sociali sopravvivranno a ogni crisi politica.

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Claudia Avolio

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