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L’Egitto porta la politica di negazione a nuovi livelli

egitto polizia

Di Mohamed ElMasry. Middle East Eye (24/02/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Il governo che si è insediato in Egitto dopo la cacciata di Morsi nel luglio del 2013 si è dimostrato essere il peggior violatore di diritti umani al mondo, lasciando libero corso a uccisioni di massa, arresti arbitrari e sparizioni forzate. Non è quindi sorprendente che il regime governato da Abdel Fattah El Sisi stia vivendo una crisi di immagine a livello internazionale, alimentata, tra gli altri, da giornalisti, sostenitori dei diritti umani e diplomatici stranieri.

Invece di ammettere i propri errori e lavorare a un miglioramento della situazione, il governo ha spesso negato o minimizzato le violazioni di cui era incolpato, portando la politica di negazione a nuovi livelli.

Un esempio per tutti è la sentenza che ha condannato un bambino di tre anni all’ergastolo per dei crimini che avrebbe commesso all’età di 17 mesi. Ovviamente le accuse e la condanna sono assurde, ma invece di scusarsi per l’errore, il portavoce del ministro degli Interni, Abu Bakr Abdelkareem, si è accontentato di minimizzare l’incidente alla TV nazionale, negando tra l’altro che la polizia fosse andata a casa della famiglia del bambino e che il padre fosse stato 4 mesi in carcere nel quadro dell’inchiesta. Inoltre, sette poliziotti sono stati arrestati prima di essere intervistati in un programma televisivo perché il ministro dell’Interno sospettava che avrebbero criticato il regime per il suo modo di gestire il dossier sopracitato.

Questo caso segue quello dello schianto dell’aereo russo nel Sinai, la cui causa era stata fatta risalire da tutti a un attentato terroristico, tutti tranne il regime El Sisi che considerava di essere stato vittima del cospirazionismo occidentale.

Questi due esempi sono però pallide testimonianze dell’immagine negativa che sta dando l’Egitto, rispetto agli episodi di violenza perpetrata dalla polizia che vengono addirittura celebrati dal regime.

Nell’agosto del 2013, ad esempio, la polizia ha commesso il più grande massacro contro dei manifestanti nella storia moderna, uccidendo almeno 900 persone. Il governo, invece di fare indagini per uso eccessivo di violenza, si è congratulato con gli agenti per il loro lavoro, elevandoli al ruolo di “eroi” e le autorità da allora non si sono mai scusate pubblicamente per l’accaduto.

Nel maggio del 2015, sconvolse la risposta del governo alla morte di una ragazza di 31 anni a cui la polizia aveva sparato. Non venne messo in discussione l’uso di un’arma da fuoco su una persona non armata, peggio: la responsabilità fu riversata sulla ragazza colpevole di essere “troppo magra”, condizione che aveva reso più facile al proiettile la sua penetrazione sotto pelle.

Altro caso eclatante è quello risalente a gennaio 2016, riguardante il ritrovamento del corpo del ricercatore Giulio Regeni, martoriato da segni di tortura. L’autopsia ovviamente ha omesso molti dettagli al riguardo. Il ministro dell’Interno ha negato che le forze di sicurezze siano coinvolte nell’incidente, ma le autorità hanno comunque promesso di aprire un’indagine.

La popolazione egiziana sta probabilmente iniziando a essere stanca di questa sfilza di abusi e di negazioni. A seguito dell’uccisione di un civile da parte di un ufficiale di polizia la settimana scorsa, dei manifestanti hanno accerchiato il Direttorato del Cairo per la Sicurezza chiedendo giustizia e scandendo slogan contro il ministro dell’Interno. Altre dimostrazioni sono state organizzate dal Sindacato egiziano dei medici, dopo che dei dottori sono stati malmenati dalla polizia la settimana scorsa. C’è da sottolineare che queste proteste sono avvenute sfidando una legge draconiana che vieta le manifestazioni.

Mohamed ElMasry è assistente nel Dipartimento di Comunicazioni all’Università del North Alabama.

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Chiara Cartia

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