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Egitto, Libia e il ruolo della Corte Penale Internazionale

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Il tentativo di deturpare il ruolo della Corte Penale Internazionale con l’accusa di istituzione politica da parte di alcuni governi dittatoriali è alla base della demolizione della regione

Di Muna Abdel Fattah. Al-Araby al-Jadeed (16/07/2017). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

La delegazione della Corte Penale Internazionale non ha tardato a concludere la sua visita in Qatar seguita da una falsa copertura mediatica che ha messo in dubbio i contenuti della visita stessa. I media arabi si sono affrettati a travisare il comportamento del procuratore generale, Fatou Bensouda, criticando l’elogio al Qatar per il sostegno presentato alla Corte. Dalla copertura mediatica araba sfugge infatti un fatto noto a tutti, ovvero che il Qatar non ha ratificato lo Statuto fondamentale di Roma della Corte Penale Internazionale ma vi è tra i due una solida cooperazione sin dalla prima conferenza nella regione MENA avuta luogo a Doha il 24 e 25 maggio 2011 in collaborazione con la Lega degli Stati Arabi a cui presero parte delegati di alto rilievo degli Stati della regione e dove venne creata una piattaforma di dialogo tra gli Stati e la Corte.

Tuttavia – anche a seguito di alcuni emendamenti apportati allo statuto fondamentale da parte degli Stati Uniti – si è dato un carattere politico alla Corte che persiste tuttora. Bensouda ha cercato di negare tale accusa al fine di sanare le controversie nella regione senza riuscirvi. Probabilmente i governi dittatoriali non vogliono accettare l’idea che la Corte è essenzialmente un’istituzione legale costituzionale priva di qualsiasi carattere politico. Essa non è un’entità al di sopra dello stato né tanto meno si sostituisce alla giustizia nazionale, piuttosto la completa. Tuttavia, qualora non vi siano condizioni necessarie per applicare la giurisdizione della Corte, spetta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decretare una risoluzione che prevede o il ricorso alla Corte Penale Internazionale o la chiusura del caso, in linea con una decisione prevista dai cinque stati membri: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Cina e Russia.

Questo riflette la confusione che deliberatamente generano i media di alcuni stati influendo sull’opinione pubblica, come avvenuto in particolare in Egitto e Libia. I due Paesi hanno voluto deviare l’attenzione dai rapporti presenti presso la Corte sui crimini commessi dai rispettivi governi nascondendosi dietro false accuse. Pur non essendo firmatari degli Accordi di Roma, questo non ha impedito alla Corte di prendere atto dei reati di cui si sono macchiati i due Paesi e da qui il ricorso al Consiglio di Sicurezza.

Per quanto riguarda l’Egitto, vi è un rapporto che comprende attacchi perpetrati contro i manifestanti durante la rivoluzione del 25 gennaio 2011 e altri reati commessi dal regime Al-Sisi dopo il colpo di stato. Dall’altra parte la Libia sotto accusa per violenze, esecuzioni e crimini contro l’umanità al tempo dell’insurrezione del popolo libico contro il generale Muammar Gheddafi e altri leader militari, tra cui il generale Haftar a Bengasi. Inoltre, la Corte è intenta ad indagare anche sulla tratta di esseri umani che coinvolge i migranti che attraversano le coste libiche e che si è trasformata in un vero e proprio mercato.

Coloro i quali sono intenti a giocare con la Corte sono responsabili della demolizione del territorio e non possono far altro che sperare in un miracolo. Dovremmo aspettarci un senso di colpa dopo l’Egitto di Al-Sisi e la Libia di Haftar?

Muna Abdel Fattah è una giornalista sudanese. Ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui il Premio della Federazione Internazionale dei Giornalisti nel 2010, e il Premio Golden Phoenix per donne eccezionali nel 2014.

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Redazione

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