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Egitto: il cielo in fiamme

Di Munir al-Khatib. As-Safir (12/11/2015). Traduzione e sintesi di Carlotta Castoldi.

La missiva aerea del Daesh (ISIS) ha insanguinato l’Egitto ed è come se i detriti dell’aereo russo cadessero ora su tutti gli aeroporti arabi e musulmani. L’attentato ha reso evidente quanto sia fragile il sistema di sicurezza locale e quanto sia esplicita la diffidenza internazionale verso i suoi dispositivi, malgrado il loro stampo occidentale, e ha dimostrato che il coordinamento con l’Occidente nella sicurezza e nel campo militare, come anche la cooperazione economica e finanziaria, vadano in una sola direzione: quella della dipendenza, dell’abuso e dell’espropriazione.

Il cielo non è più sicuro: l’aereo russo che si è schiantato nel Sinai poteva cadere a Londra o a Parigi, poteva essere americano o giapponese. La guerra di Putin contro il Daesh si è estesa a nuovi teatri. Con l’ingerenza straniera negli aeroporti egiziani si ottiene che i Sukhoi volino accanto ai Mirage, i Phantom e i Tornado, non permettendo così la loro autosufficienza, e si concede all’organizzazione terroristica una vittoria senza difficoltà.

Lo stato egiziano, malgrado la sua relativa stabilità e l’attività regolare delle sue istituzioni, non può permettersi di perdere la battaglia contro il terrorismo: un avvenimento come questo fa fallire il regime e fa vacillare la fiducia nell’esercito egiziano e nell’istituzione presidenziale, che si fonda sul mantenimento della sicurezza a spese di qualsiasi altra questione. Il tentennare della fiducia nelle istituzioni del Cairo viene alla luce chiaramente se si osservano le modalità con cui le grandi potenze si sono relazionate ad esse: tali potenze non considerano i servizi di sicurezza egiziani abbastanza professionali per avviare una collaborazione sulla sicurezza, tanto da spingerli a monitorare le chiamate tra il Sinai e la città di Raqqa in Siria, fatto che ha causato il ritardo nella scoperta delle circostanze del crimine aereo.

Sarebbe stato possibile limitare le ripercussioni dell’esplosione e continuare a considerare Sharm el-Sheikh la città più protetta sul suolo egiziano nell’eventualità in cui l’esplosivo fosse finito a bordo dell’ aereo per caso. E allo stesso modo sarebbe stato possibile spiegare le ingenti perdite umane  per i russi con il fatto che il potenziale di quel tratto di costa fu scoperto proprio da loro, ai tempi di Nasser, e furono loro a costruire i primi resort, che poi diventarono luoghi di villeggiatura estiva e invernale per gli ufficiali russi in pensione che vivevano lì, e che proprio lì istituirono grandi comunità, fino a che Israele occupò l’area, fondando lì i suoi alberghi secondo il desiderio dei coloni. In tal caso questa catastrofe rimarrebbe un incidente isolato, nonostante l’enormità delle perdite.

Invece la mancanza di fiducia di Europa, America e Russia nelle operazioni di coordinamento con l’Egitto, ha trasformato la tragedia in un atto pianificato che minaccia il mondo intero. Inoltre si sono intensificate le pressioni per il cambiamento delle procedure di ispezione e controllo negli aeroporti e la questione è arrivata al punto da imporre una sorta di mandato sui crocevia arabi. È come se ci trovassimo di fronte ad una nuova Lockerbie che prende di mira l’Egitto con un assedio economico e legale che lo affonderà per i prossimi decenni, soprattutto perché è facile considerare che i musulmani appartenenti a Daesh si siano insediati potenzialmente ovunque.

Il cielo è in fiamme e la terra è al di fuori di ogni controllo. Questi atti inumani rischiano di ripetersi, portando l’Egitto ad abbandonare il suo percorso verso la stabilità e causando il perpetuarsi di omicidi e caos in tutto il mondo arabo.

Munir al-Khatib è un giornalista libanese, caporedattore della rivista As-Safir.

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Roberta Papaleo

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