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Egitto e Iran in mutuo soccorso

Articolo di Giusy Regina

“Parla piano, e porta con te un grosso bastone, ne farai di strada”. È così che recita un antico proverbio africano, ripreso in passato dall’ex presidente statunitense Theodore Roosevelt e citato anche ultimamente come unico linguaggio utile da adottare nei confronti dell’Iran.

Il 5 febbraio 2013 il presidente iraniano Ahmadinejad si è recato in visita in Egitto, in occasione del summit dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. L’incontro con il presidente egiziano Mohammed Morsy ha sicuramente rappresentato un momento storico: erano quasi 34 anni infatti che un presidente iraniano non si recava nel paese delle piramidi dalla rivoluzione islamica del 1979. Dalle dichiarazioni emerse, si può affermare che i rapporti diplomatici tra i due paesi si siano effettivamente riaperti. Ma in che termini? E soprattutto con quali implicazioni?

Facendo qualche passo indietro si capirà facilmente come i trascorsi tra l’Egitto e l’Iran siano difficili da dimenticare per entrambi. Nel 1979 infatti, la neonata repubblica islamica decise di ritirare i propri ambasciatori dall’Egitto per protestare contro la firma egiziana dei trattati di pace di Camp David, contro l’acerrimo nemico Israele. Da parte loro gli egiziani concessero asilo politico allo shah Reza Pahlavi, appena deposto. E ancora, due anni dopo l’Iran ha dedicato una strada di Teheran a Khaled Islambouli, uno degli organizzatori dell’assassinio del presidente egiziano Sadat nel 1981. Insomma i colpi non sono mancati in quella che si potrebbe definire una partita di ping-pong lunga più di trent’anni. Si aggiunga anche che l’Egitto sunnita è da sempre alleato degli Stati Uniti, a differenza dell’Iran sciita che guarda all’America come un nemico al pari di Israele.

Tornando al presente, la situazione attuale è ben diversa da trent’anni fa, non tanto nelle fondamenta quanto negli ultimi cambiamenti che hanno interessato i due paesi. L’Egitto si ritrova oggi, due anni dopo la rivoluzione, con il primo presidente eletto democraticamente, esponente dei Fratelli Musulmani, contestato sia in patria che fuori. Un profonda crisi economica inoltre imperversa nel paese e Morsy deve trovare il modo di uscirne. Dall’altra parte l’Iran è sempre più isolato a causa di quella che si può definire come la guerra silenziosa delle sanzioni, adottata da Usa e alleati per cercare di combattere la corsa al nucleare di Teheran. Per non parlare della reputazione non certo esemplare, quale principale alleato del vicino sanguinario Bashar al-Assad, che gli è costato un calo di credibilità agli occhi del mondo arabo-islamico. A complicare ancora il tutto ci sono le elezioni presidenziali iraniane, che avranno luogo a giugno prossimo.

Da questo quadro si possono dedurre i motivi che hanno portato Egitto e Iran ad aprirsi ad un riavvicinamento, sintetizzabili in una sola espressione: mutuo soccorso. Si tratta infatti di un momento in cui entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro per ragioni chiaramente diverse. L’Egitto sta mandando un messaggio forte ai Paesi del Golfo, che lo contrastano, minacciando un’alleanza con l’Iran qualora continuino ad interferire negli affari interni egiziani. Il messaggio dell’Iran al contrario è rivolto ad Usa e Occidente. Avvicinarsi al Cairo, paese storicamente filo-occidentale, indica non solo l’uscita dall’isolamento forzato ma anche la possibile creazione di un asse potente, che rimetterebbe in discussione molti rapporti nella regione su questioni calde come la Siria e Israele. Certamente si tratterebbe di un rapporto prevalentemente politico e non religioso. Le concessioni ad oggi si limitano a piccole cose, come il diritto di passaggio nel Canale di Suez concesso dall’Egitto, o la promessa di un’apertura di una linea di credito per gli egiziani nonché il libero ingresso in Iran senza bisogno di un visto, concessi invece da Teheran.

Partendo da questi presupposti, il futuro pare incerto. I destinatari dei messaggi dovrebbero però organizzarsi e soprattutto capire cosa fare. I Paesi del Golfo ad esempio, se vogliono davvero evitare un’ingerenza iraniana in Egitto, dovrebbero innanzitutto aiutare il governo ad uscire dalla crisi economica. D’altro canto l’Occidente e gli Stati Uniti dovrebbero invece decidere quale politica adottare con l’Iran, dal momento che quella di “tendere la mano” sembra non aver dato i frutti sperati.

 

 

Giusy Regina

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